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mercoledì 10 agosto 2016
martedì 12 agosto 2008
IL TEATRO COMUNALE.............. DI…VENTA POESIA
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Mercoledì 13 agosto alle ore 21.00 torna al Teatro Comunale
di…vento poesia
la tradizionale rassegna di poesia contemporanea ideata a curata da Ninel Donini.
Ingresso libero.
Ingresso libero.
L’evento è organizzato dall’Amministrazione Comunale, Assessorato alla Cultura e dall’Istituzione Teatro.
I protagonisti della serata saranno i poeti Umberto Piersanti, Francesco Scarabicchi, Serse Cardellini, Antonio Cerquarelli, Silvia Faggi Grigioni e Vanessa Marras.
L’ideazione ed il coordinamento sono di Ninel Donini.
I protagonisti della serata saranno i poeti Umberto Piersanti, Francesco Scarabicchi, Serse Cardellini, Antonio Cerquarelli, Silvia Faggi Grigioni e Vanessa Marras.
L’ideazione ed il coordinamento sono di Ninel Donini.

Ninel Donini
Ninel Donini, cagliese, è stata docente di Lettere per molti anni presso gli Istituti superiori di I e II grado fino al primo settembre 2003. Laureata in Psicologia, frequenta l’ ultimo anno di un corso di specializzazione in Psicoterapia Sistemico-Relazionale presso la sede di Falconara (Ancona).Ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali. E’ stata Consigliere provinciale della Provincia di Pesaro e Urbino e Capogruppo dal 1975 al 1990, Assessore provinciale alla Sanità dal 1978 al 1980, Consigliere regionale e Capogruppo dal 1995 al 2000.
Organizza eventi di poesie e come critico letterario ha recensito numerosi testi di poesie ed ha presentato nuovi e famosi poeti.
E’ impegnata come relatrice in numerose iniziative culturali. Fa parte del direttivo dell’Associazione Culturale “Contemporaneo” di Cagli (Pesaro e Urbino).
Coltiva un appassionato interesse per la politica.
Nel 2003 ha pubblicato il libro di poesie “Note a margine”.

Umberto Piersanti
Ad Umberto Piersanti, che con la sua poesia ha trasformato Urbino, le Cesane, i suoi luoghi dell’infanzia in luoghi dell’anima, di recente, tra i tanti riconoscimenti, è stato assegnato il premio Mario Luzi. È nato ad Urbino nel 1941 e nella Università della sua città insegna Sociologia della Letteratura.Le sue raccolte poetiche sono La breve stagione (Quaderni di Ad Libitum, Urbino, 1967), Il tempo differente (Sciascia, Caltanissetta- Roma, 1974), L'urlo della mente (Vallecchi, Firenze, 1977), Nascere nel '40 (Shakespeare and Company, Milano, 1981), Passaggio di sequenza (Cappelli, Bologna, 1986), I luoghi persi (Einaudi, Torino, 1994), Nel tempo che precede (Einaudi, Torino, 2002). Nel 1999 per I quaderni del battello ebbro (Porretta Terme, 1999) è uscita l'antologia Per tempi e luoghi curata da Manuel Cohen che ha anche scritto il saggio introduttivo. L’ultima sua opera poetica è L’albero delle nebbie, edizioni Einaudi
Umberto Piersanti è anche autore di tre romanzi, L'uomo delle Cesane (Camunia, Milano, 1994), L'estate dell'altro millennio (Marsilio, Venezia, 2001) e Olimpo (Avagliano, 2006), di due opere di critica - L'ambigua presenza (Bulzoni, Roma, 1980) e Sul limite d'ombra (Cappelli, Bologna, 1989). Ha curato insieme a Fabio Doplicher l'antologia di poesia italiana del secondo novecento Il pensiero, il corpo (Quaderni di Stilb, Roma, 1986). Ha realizzato un lungometraggio, L'età breve (1969-70), tre film-poemi (Sulle Cesane, 1982, Un'altra estate, Ritorno d'autunno, 1988), e quattro "rappresentazioni visive" su altrettanti poeti per la televisione. Le sue poesie sono apparse sulle principali riviste italiane e straniere come "Nuovi Argomenti", "Paragone", "il verri", "Poesia", "Poetry" etc. In Spagna, nel 1989, presso l'editore Los Libros de la Frontera, collana El Bardo, è uscita l'antologia poetica El tiempo diferente (testo italiano a fronte, traduzione di Carlo Frabetti). Un'altra antologia tradotta da Emanuel di Pasquale è stata pubblicata negli Stati Uniti con il titolo Selected Poems 1967-1994 (Gradiva Publications - Stony Brook, New York, 2002). E' presente anche in numerose antologie italiane e straniere e tra i premi vinti ricordiamo il Camaiore, il Penne, il Caput Gauri, l'Insula Romana, il Mastronardi, il Piccoli, il Frascati. Tre testi filmici L'età breve, Nel dopostoria e Sulle Cesane insieme a numerosi interventi sulla sua opera cinematografica, sono usciti nel volume Cinema e poesia (Cappelli, Bologna, 1985) a cura di Gualtiero De Santi.Attualmente dirige la rivista Pelagos.

Francesco Scarabicchi
Francesco Scarabicchi, nato ad Ancona il 10 febbraio 1951, dove vive, è stato annoverato, da un prestigioso quotidiano nazionale, tra i venti autori più letti negli ultimi cinque anni. Il suo amore per la poesia non è limitato alla produzione ma anche all’organizzazione di eventi con importanti poeti nazionali ed internazionali.Ha pubblicato, in versi: La porta murata, Residenza, Ancona, 1982, introduzione di Franco Scataglini; Il viale d'inverno, Edizioni L'Obliquo, Brescia, 1989, con un saggio di Massimo Raffaeli; Il prato bianco 1988-1995, Edizioni L'Obliquo, Brescia, 1997 - poi raccolti nella selezione de Il cancello 1980-1999 (Ancona, Pequod, 2001). E inoltre: Asfalti, Grottammare, Stamperia dell’Arancio, 2002, con fotografie di Daniele Maurizi; L’esperienza della neve, Roma, Donzelli, 2003. Il suo ultimo testo Il segreto è edito da L’obliquo di Brescia.E' uscita nel marzo 2001 una autoantologia che raccoglie testi scelti dal 1980 al 1999 (Il cancello, Pequod, Ancona, 2001), con una nota di Pier Vincenzo Mengaldo.In collaborazione con il pittore Giorgio Bertelli: Via crucis, Sestante, Ripatransone, 1994, introduzione di Vincenzo Consolo; Diario di Càlena, Stamperia dell'Arancio, Grottammare, 1995, introduzione di Claudio Piersanti; Brume, Agrapha, Tremestieri Etneo, 1999, con una nota di Gilberto Severini.
Ha tradotto testi da Antonio Machado e da Federico Garcìa Lorca in parte raccolti in Taccuino spagnolo (L'Obliquo, Brescia, 2000) e in Gli istanti feriti (Ancona, Università degli Studi, 2000).Seguendo una sua personale inclinazione, si è a lungo occupato di arti figurative curando, fra le altre, monografie su Ernesto Treccani, Valeriano Trubbiani e Giorgio Bertelli.
Da segnalare la raccolta: L'attimo terrestre: cronache d'arte 1974-2006 (Ancona, Affinità elettive, 2006). Ha ideato e coordina, dal 2002, la rivista semestrale di scritture immagini e voci «Nostro lunedì».
Gli altri autori, marchigiani anche loro, affidano alla voce degli interpreti contributi meno noti ma non meno significativi. I testi saranno letti dagli attori della Pioletta, compagnia teatrale: Agnese Anniballi, Giannicola De Sanctis, Silvia Fumelli, Metella Ragni.
Gli intermezzi musicali di jazz sono affidati alla creatività ed alla competenza del Vittorio Gennari Quartet.
lunedì 11 agosto 2008
TRADIZIONALE CONCERTO D’ESTATE DEL CORPO BANDISTICO CITTÀ DI CAGLI.
Questa sera, lunedì 11 agosto, alle ore 21.15 in Piazza Matteotti a Cagli la Banda cittadina si esibirà in un repertorio brillante e coinvolgente. Il corpo bandistico cittadino vanta all’ interno del suo organico circa cinquanta elementi. Questo è possibile grazie all’esistenza del corso musicale di orientamento bandistico e grazie anche al lavoro svolto dal Maestro Felici per portare avanti questo corso, insieme ai componenti del consiglio direttivo e agli insegnanti designati. Sotto l’entusiasmante direzione del Maestro Raffaele Felici, ben dieci brani verranno eseguiti questa sera in Piazza Matteotti. In caso di pioggia il concerto verrà eseguito all’interno del Teatro Comunale.
mercoledì 16 luglio 2008
I VENERDI' DI CAGLI CHIAMANO A RACCOLTA GLI APPASSIONATI DI ENIGMISTICA
C'E' ANCHE LEONE
NELLA SECONDA TAPPA DI “ENIGMATICAGLI"
IS? Sono le ultime lettere di Jacopo Ortis! N? E' la nona di Beethoven (enne è la nona ed ultima lettera della parola Beethoven). I? E' il corrispondente romano dell'Unità (I è l'uno dei latini). O, se preferite, dell'Avanti (dal verbo latino andare che si coniuga in eo, is, ivi, itum ,ire). Queste ed altre prelibatezze edipiche riserverà Leone Pantaleoni, il Leone da Cagli della Settimana Enigmistica, a tutti coloro che vorranno vivere di persona la seconda serata di "EnigmatiCagli" di venerdì 18 luglio. Intanto, esposti attorno alla fontana di piazza 10 rebus ed altrettanti anagrammi di Leone vengono proposti scaglionati in formato gigante nelle tre puntate settimanali previste che si concluderanno il 25 luglio. A suggello del positivo operato della locale Associazione, protagonisti della serata saranno anche gli scacchi con il presidente Francesco Maria Pantaleoni (fratello di Leone) e con il preparatore del settore giovanile Giovanni Diani; entrambi proporranno alcuni problemi con soluzione in poche mosse forzate. A proposito di scacchi ricordiamo che Leone Pantaleoni, dal 1995 presidente del Circolo Scacchistico Pesarese, nel gennaio 1991, pareggiò a Modena con il campione del mondo russo Anatolij Karpov (pupillo di Leonid Breznev, Segretario Generale e, insomma, capo assoluto dell'Unione Sovietica dal 1964 al 1982) e nel maggio 1998, a Pesaro, inflisse l'unica sconfitta al più geniale ed imprevedibile giocatore italiano di tutti i tempi, il fiorentino Sergio Mariotti.
Nelle foto che seguono, i tabelloni con alcuni enigmi proposti venerdì 11 luglio






venerdì 18 aprile 2008
PEER GYNT: LA PIOLETTA AFFRONTA IBSEN PRIMA AD URBANIA E POI A CAGLI
Nell'ambito del Progetto della Regione Marche, Teatro Commission, il Teatro Out-Off di Milano ha creato a Cagli ed Urbania, un laboratorio condotto dal regista Loris Lorenzo, che è originario di Chiaserna di Cantiano.
Loris Lorenzo è stato anche regista di "Spettri" di Ibsen, rappresentato al Comunale di Cagli in occasione della stagione teatrale cagliese.
Il laboratorio è stato condotto a livello territoriale ed ha visto coinvolte la Compagnia Teatrale "il Palchettone" di Urbania e la Compagnia la "Pioletta" di Cagli. In questi giorni si stanno definendo gli ultimi dettagli per le anteprime ed il debutto che vedrà coinvolti molti giovani di Cagli e di Urbania. L'allestimento riguarda sempre un'opera di Ibsen, il "Peer Gynt" dell'autore norvegese, riadattato dal regista Loris Lorenzo, che ha creduto di ricorrere a formule che coinvolgeranno in modo curioso il pubblico che interverrà.
Giannicola De Sanctis
PEER GYNT
al Teatro Bramante di Urbania
Lunedì 21 aprile ore 21.00
al Teatro Comunale di Cagli
Martedì 22 aprile ore 21.00
al Teatro Bramante di Urbania
Lunedì 21 aprile ore 21.00
al Teatro Comunale di Cagli
Martedì 22 aprile ore 21.00
Giovedì 24 aprile ore 21.00
lunedì 31 marzo 2008
LA PRIMAVERA DEI POETI EVENTO DI CULTURA “ESCLUSIVA”?
Ecco come un nostro concittadino ha voluto commentare l’incontro culturale con la poesia realizzato sabato scorso al Teatro Comunale:Mi sono un pò risentito per ciò che ha offerto al pubblico, la serata inaugurale della PRIMAVERA DEI POETI. Gli autori delle poesie presenti in sala non meritavano un trattamento simile. Con tutto il rispetto per la associazione che ha curato l'organizzazione, mi sento in dovere di evidenziare che:
SE LA SERATA RIVESTE CARATTERE PUBBLICO,
È PROPRIO DEL PUBBLICO CHE BISOGNA AVER RISPETTO NEL PROPORSI.
Nel momento in cui si sale su un palcoscenico di un teatro, si deve riflettere sulla opportunità o meno di offrire un programma che soddisfa soltanto le proprie esigenze.
Non si deve subordinare alle proprie esigenze l'uso di autori che esigono che la loro dignità venga tutelata.
La poesia, a mio modo di vedere, non va assolutamente interpretata dal punto di vista attoriale, ma molto semplicemente va letta bene. Per "letta bene" si intende: un uso corretto delle regole grammaticali e di sintassi, l'uso delle pause brevi o lunghe come l'autore vuole che vengano fatte, senza inflessioni dialettali, senza trasmettere "patos" che l'autore potrebbe non aver sentito in quel verso.
Perciò, soprattutto quando si vanno a finanziare progetti "culturali" con soldi pubblici, quindi con i nostri soldi, (comuni-provincia-regione-stato), sarebbe bene che la ricerca del consenso di parte venisse meno e si valutassero con coscienza se davvero i messaggi trasmessi siano avulsi da un ben preciso interesse privato, sebbene in buona fede. Riascolteremo, speriamo, i versi degli autori, in occasioni più consone al rispetto per il loro valore etico e letterario.
Basta di far passare per Cultura, la “Cultura Esclusiva” dell'AUTOREFERENZIALITA'. Cultura Esclusiva: un sostantivo e un aggettivo, con cui si può riassumere il concetto di cultura che da qualche tempo viene propinato anche a Cagli, non certo ai muri delle case, che loro le diverse pennellate di cultura ce l’hanno, una su l’altra, a strati, spalmate sulle facciate dalla storia, ma ai cittadini che ormai sono abbondantemente “pennellati”con uno strato di cultura sempre dello stesso colore, la cui intensità sbiadisce quasi subito e non lascia nessuna brillantezza, nessuna vivacità. Ciò sta nel fatto che la mano che muove il pennello riceve impulso sempre e soltanto dallo stesso cervello, un cervello che se pure preparato, aggiornato, confeziona immancabilmente sempre lo stesso target; si è molto attenti a che il pennello di cui sopra, non venga manovrato da una mano che riceve impulsi da un cervello diverso. Sono proprio le emozioni e il rapporto intimo con il territorio e con la città che non ricevono imput diversi, si vuole mantenere tutto allo stesso livello, tutto e tutti incappucciati dalla lenta ed uguale cappa culturale, evitando accuratamente che questa possa essere sollevata per fare sentire alla faccia, un’ aria nuova o quantomeno diversa. Si tratta, quindi, di un perfetto e perverso sistema che rallenta i ritmi, che propina la illusione di assaporare il lento piacere dei luoghi e l’illusione di sentirsi adagiati in una riflessiva meditazione. E’ questo un perfetto e perverso sistema per gestire il potere, affinché rimanga antico, vecchio e uguale, il sapore delle emozioni. Ci si può soltanto volgere indietro, ma rimane questa un’azione molto sterile se non provoca e sviluppa un sentimento critico tale da far nascere la voglia di migliorare il futuro.
Continuiamo, perciò, ad esaltare il lento sollevarsi del fumo, piacevole sensazione per il classico fumatore di pipa, ma che la nuvola si sollevi, una buona volta, al di sopra delle teste di chi guarda, affinché non ci si debba sempre volgere indietro e udire soltanto la miseria che piange, come disse il grande Petrolini:
Bello è d'intorno il rapido cadere delle morte energie, che non han fine.
Bello è nel cuore il lento soggiacere delle passioni, mentre imbianca il crine.
E qualcosa s'en va, senza che mai faccia ritorno al vivere fatale.
Volgiti indietro, e la miseria udrai, la miseria che piange, in sulle scale.
Il suo lavoro diventa quello del bancario, avendo conseguito il diploma di ragioniere. Continua però a coltivare la sua passione per il palcoscenico. Ha partecipato a numerosi Laboratori di teatro e mimo. Ha curato la regia e l’allestimento di spettacoli di gruppi locali, ha partecipato come interprete in diverse rappresentazioni di commedie d’autore (Feydeau, Campanile, Dario Fo, Salemme). Si è reso promotore, assieme ad altri appassionati, della nascita di una Compagnia teatrale cagliese, La Pioletta, che tutt’ora opera a Cagli, partecipando a diversi progetti tra cui Festival Beckett nel 2007 e Cagli Festival Gaber nel Febbraio 2008.
sabato 29 marzo 2008
LA PRIMAVERA DEI POETI AL TEATRO COMUNALE
Inaugurazione ufficiale del festival
"La Primavera dei Poeti"
condotta dalla poetessa Ninel Donini
Saranno presenti Laurent Leon, poeta e Direttore Artistico della Primavera dei Poeti in Italia, Franca Mancinelli e Massimo Gezzi e tanti altri poeti che leggeranno le loro composizioni. L’Intrattenimento con musica tradizionale dell’America latina e tango argentino, sarà eseguito da Zulma Liliana Jaime (flauto), Katia Bovo (arpa) e da Alessandro Buccioletti (chitarra acustica).
ingresso gratuito
Con il patrocinio di:
Regione Marche, Provincia di Pesaro e Urbino, Comune di Cagli, Comune di Pergola, Comune di Serra S. Abbondio, Comune di Frontone, Comunità Montana del Catria e Cesano, Comunità Montana del Catria e Nerone
Con la collaborazione di:
Associazione Alem Eventi - Associazione Animapopuli - Associazione Castrum Montis Roli - Associazione Cristalli Nella Nebbia - Associazione Gli Ammutinati - Associazione Les Droles - Centro Escursioni Monte Catria - Centro Servizi Volontariato - Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO - Fano International Film Festival - Gruppo Astrofili Pesarese - Gruppo Speleologico Urbinate - I Poeti dell’Eremo - Istituto Comprensivo Binotti di Pergola - Mediateca delle Marche - Monastero di Fonte Avellana -Ninovisione Edizione 2008 - Pro Loco di Serra S. Abbondio - Pro Loco di Frontone - Pro loco di Pergola - Teatro dello Spiazzo -
Aldo Loris Cucchiarini
Andreina De Tomassi
Ninel Donini
Laurent Leon
Franca Mancinelli
Fabiana Marchetti
Vito Panico
Tutti i poeti e gli artisti presenti nel cartellone
E la collaborazione di:
Natura, Savim Costruzioni, Caglinfissi, Edilcasa, B.S. di Brunetti Silvano, Centro dell’Isolante, Damastini Gomme, Mediateca delle Marche, La Macina Ambiente, Libreria del Teatro, Disco Bar I due Pini, Ristorante Taverna della Rocca, Ristorante Pizzeria Ostaria del Borgo, Ristorante Pizzeria Il Gatto e la Volpe, Cantina Massaioli
lunedì 3 marzo 2008
GIOVEDI' A TEATRO IL DIO BAMBINO di ALLEGRI
Giovedì 6 marzo '08
- ore 17.30 Teatro di Cagli – Ridotto
- ore 17.30 Teatro di Cagli – Ridotto
A seguire "Il Teatro d'Evocazione di Gaber-Luporini" convegno con Massimo Puliani Valentino Bellucci Eugenio Allegri Alessandro Forlani Nino Finauria seguire Marco Florio Giovanni Giangiacomi Geoffrey Di Bartolomeo interpretano brani dell'opera "Il Grigio" di Gaber/Leporini
- ore 21.15 Teatro di Cagli

IL DIO BAMBINO
di Gaber-Luporini con EUGENIO ALLEGRI
regia di Giorgio Gallione produzione Fondazione Teatro Archivolto
All’interno del progetto di collaborazione con la Fondazione Gaber, il Teatro dell’Archivolto mette in scena “Il dio bambino”, un monologo scritto nel 1993 da Gaber e Luporini che, dopo "Parlami d’amore Mariù" e "Il grigio" proseguiva e approfondiva il particolarissimo percorso teatrale del Gaber di quegli anni: esempio emblematico di quel “teatro di evocazione” teorizzato ed esplorato in tutte le sue forme espressive.Di GIORGIO GABER e SANDRO LUPORINI Con EUGENIO ALLEGRI Regia di GIORGIO GALLIONE
di Gaber-Luporini con EUGENIO ALLEGRI
regia di Giorgio Gallione produzione Fondazione Teatro Archivolto
All’interno del progetto di collaborazione con la Fondazione Gaber, il Teatro dell’Archivolto mette in scena “Il dio bambino”, un monologo scritto nel 1993 da Gaber e Luporini che, dopo "Parlami d’amore Mariù" e "Il grigio" proseguiva e approfondiva il particolarissimo percorso teatrale del Gaber di quegli anni: esempio emblematico di quel “teatro di evocazione” teorizzato ed esplorato in tutte le sue forme espressive.Di GIORGIO GABER e SANDRO LUPORINI Con EUGENIO ALLEGRI Regia di GIORGIO GALLIONE
Produzione: TEATRO DELL'ARCHIVOLTO
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In collaborazione con la FONDAZIONE GIORGIO GABER
Il Dio Bambino è una storia d’amore; una normalissima storia d’amore nell’arco degli anni che dà agli autori l’occasione di indagare su quello che oggi dovrebbe essere un uomo: quali i suoi attributi, le sue caratteristiche, la sua maturità; capire se è compiuto o incompiuto, se ce l’ha fatta a diventare un uomo o se è rimasto un bambino. Un bambino che si vanta della sua affascinante spontaneità, invece di vergognarsi di un’eterna fanciullezza del tutto poco virile.E’ una storia d’amore che potrebbe essere capitata a chiunque, vista ovviamente da un’angolazione maschile. Un uomo a confronto con una donna, il miglior testimone per mettere in dubbio la sua consistenza, il suo essere adulto, la sua presunta virilità.E’ una storia d’amore che cerca di individuare quali siano oggi le differenze tra questi due esseri così simili e al tempo stesso così diversi con la consapevolezza che se queste differenze un giorno si annullassero la vita cesserebbe di esistere. Non c’è arte, né scienza, né idee, né altra invenzione dell’uomo che non nascano da questa differenza se non addirittura da questa contrapposizione.Come spesso è accaduto, Gaber e Luporini sono molto spietati nelle analisi sull’oggi, ma, tra le righe; c’è sempre un ponte con il futuro; fiduciosi non tanto per l’uomo come è, ma per le sue fantastiche, incredibili possibilità.
Il Dio Bambino è una storia d’amore; una normalissima storia d’amore nell’arco degli anni che dà agli autori l’occasione di indagare su quello che oggi dovrebbe essere un uomo: quali i suoi attributi, le sue caratteristiche, la sua maturità; capire se è compiuto o incompiuto, se ce l’ha fatta a diventare un uomo o se è rimasto un bambino. Un bambino che si vanta della sua affascinante spontaneità, invece di vergognarsi di un’eterna fanciullezza del tutto poco virile.E’ una storia d’amore che potrebbe essere capitata a chiunque, vista ovviamente da un’angolazione maschile. Un uomo a confronto con una donna, il miglior testimone per mettere in dubbio la sua consistenza, il suo essere adulto, la sua presunta virilità.E’ una storia d’amore che cerca di individuare quali siano oggi le differenze tra questi due esseri così simili e al tempo stesso così diversi con la consapevolezza che se queste differenze un giorno si annullassero la vita cesserebbe di esistere. Non c’è arte, né scienza, né idee, né altra invenzione dell’uomo che non nascano da questa differenza se non addirittura da questa contrapposizione.Come spesso è accaduto, Gaber e Luporini sono molto spietati nelle analisi sull’oggi, ma, tra le righe; c’è sempre un ponte con il futuro; fiduciosi non tanto per l’uomo come è, ma per le sue fantastiche, incredibili possibilità.
sabato 1 marzo 2008
SPAZIO AI NUOVI GRUPPI AL GABER FESTIVAL - Bugaron, Ramarri, Bisciari e Duccio –
Con i Bugaroni (Scarafaggi), i Ramarri e le Biscie potrebbe sembrare un festival etologico, invece è il secondo appuntamento con lo spazio "GaberCabaret" aperto alle nuove realtà e ai giovani.
Dopo il primo NO-STOP a Cantiano che ha registrato il consenso del pubblico partecipante che ha potuto apprezzare l'ironia e la comicità e la poetica di Gaber,il meeting si terrà ad Acqualagna domenica 2 marzo, nel Mercato Coperto, con inizio alle ore 18.00.
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Il programma del "Giorgio Gaber Cagli Festival" propone tre band musicali, tutte molto caratterizzate per l'interpretazione del repertorio gaberiano e per le versioni di alcune canzoni del Signor G: la Borghetti Bugaron Band con Nicola Gaggi proporrà anche una versione teatrale di "Shampoo" di Gaber, i "Rari Ramarri Rurali" con Nino Finauri ideologo e batterista, Roberto Renzoni alla pianola e al pentagramma, Claudio Tombini voce e sceneggiata, Giacomo Pietrucci sax e sorriso ammagliante e l'eclettico Riccardo Marongiu; il nuovo gruppo di Duccio Marchi con "I sonator d'la quassa", e Luigi Mariano di Roma che ha al suo attivo spettacoli su Giorgio Gaber.
E' prevista la partecipazione di Valter Bacciaglia con due suoi umoristici pezzi da cabaret e di Federico Bisciari che proporrà "Lo spaesato" di Gaber.Giornata no-stop dalle ore 18 alle 24, quindi dedicata a Gaber, ma anche con canzoni e testi originali.
Sarà il direttore del Festival Massimo Puliani, insieme alle attrici e attori de La Pioletta a "condurre" la giornata, che nella prima parte svoltasi a Cantiano, ha fatto registrare una numerosa partecipazione da parte del pubblico (con alla fine il canto corale de "La libertà è partecipazione", un po' il leit motif con lo spettacolo di Neri Marcorè che si è concluso con questo inno alla democrazia).
E' prevista anche una cena Made in Acqualagna a 15 € dalle 19.30 alle 21.00 con prenotazione 338. 9161972 (coordinamento: Sergio Ferri) .
L' ingresso al GaberCabaret, è libero per tutti con brindisi offerto ai partecipanti.
L'iniziativa è promossa da Istituzione Teatro Comunale di Cagli nell'ambito di Teatro Commission Marche che fa parte dell'Accordo di Programma Quadro delle Politiche Giovanili "Giovani. Ri-Cercatori di Senso" promosso dalla Regione Marche, Assessorato ai Beni e Attività Culturali e Politiche Giovanili.
Il progetto è organizzato da Centro Teatro Marche diretto da Massimo Puliani in collaborazione con Alessandro Forlani, con il patrocinio della Fondazione Gaber e con il sostegno dei Comuni di Cagli, Acqualagna, Cantiano, Banca Marche, Natura Srl e CNA Pesaro e Urbino.
lunedì 25 febbraio 2008
A PROPOSITO DI SPIRITUALITA’
Oggi comincia la “settimana santa”. Ma no ! non quella pasquale! Quella canora: San Remo!

Ed ecco cosa ci propina Leone da Cagli per l’occasione:

Ed ecco cosa ci propina Leone da Cagli per l’occasione:
Se Sanremo non è di Pippo ma di Edipo
Curioso gioco l’anagramma. Ma a volte anche dispettoso: uno sposta le lettere di una parola o di una frase e ottiene altre parole o frasi di senso compiuto. Nell’approssimarsi di Sanremo, per il tronfiante (sì, sì, non trionfante che ne è l’anagramma!) Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, nell’assai più masticabile versione pop di “Pippo Baudo da Militello” propongo: “Baldi ippopotami? Duello!”.
QUANDO ANAGRAMMA FA RIMA CON MAMMA
Ci vuol niente a dire Sanremo. Ma se l'attesissimo Piero Chiambretti dovesse chiedersi depresso: "Io, per chi battermi?", ci sarebbe di che preoccuparsi circa lo stato della sua debordante e trascinante tonicità. E se poi Bianca Guaccero dovesse battibeccare con Andrea Osvart col dirle risentita: "Ero una big, cocca!", le cose non migliorerebbero. Per altro è cosa assodata che Andrea Osvart "verrà sondata". Messa alla prova, cioè. Come si conviene a chi nel rompere il ghiaccio deve anche forare il teleschermo perché ha tutti gli occhi addosso.
Non si diradano le nebbie con i cantanti di serie A. Un più inedito che nostalgico Sergio Cameriere sommessamente sospira: "Se c'era Remo Remigi!". E un Mario Venuti in versione tutt’altro che multietnica esclama: "Muoviti, nera!". Nervosetti anche Tricarico ("Corri! Taci!") e Paolo Meneguzzi ("Un pazzo è meglio!"). Per non parlare di Giò di Tonno che sbraita:"Ogni dito no!" (ma cosa mai gli stanno facendo?). La coccolatissima (e favoritissima?) Anna Tatangelo diveggia anzichenò ("Lagna? Ne ò tanta!") e fa le fusa Tiromancino con la fidanzatina ("Torno, micina!"). Lo imita con l'inglesina che vive a Parigi Michele Zarrillo ("Hallo, Liz, remerci!").
C'è da sospettare che la navigata Loredana Berté voglia inimicarsi il critico Grasso del Corrierone ("Aldo terrà bene!") intanto che Eugenio Bennato si abbandona populisticamente alla massa ("Buona gente e noi"). Infine, in un raptus di spiritualità, un dubbioso Amedeo Minghi pone con sguardo ieratico una domanda radicale: "Emma, neghi Dio?".
A proposito di radicale, che davvero si rivolga alla Emma Bonino "mangiapreti"? Mah, chissà! Certo è che ciascun virgolettato contiene le medesime lettere del nome e cognome a cui si riferisce, cambiate di posto (provare per credere!). E' la melodica e perciò orecchiabile legge dell'anagramma. Che fa rima con "Mamma", la canzone per antonomasia che quando Sanremo vagì aveva già festeggiato 10 compleanni.
Curioso gioco l’anagramma. Ma a volte anche dispettoso: uno sposta le lettere di una parola o di una frase e ottiene altre parole o frasi di senso compiuto. Nell’approssimarsi di Sanremo, per il tronfiante (sì, sì, non trionfante che ne è l’anagramma!) Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, nell’assai più masticabile versione pop di “Pippo Baudo da Militello” propongo: “Baldi ippopotami? Duello!”.
QUANDO ANAGRAMMA FA RIMA CON MAMMA
Ci vuol niente a dire Sanremo. Ma se l'attesissimo Piero Chiambretti dovesse chiedersi depresso: "Io, per chi battermi?", ci sarebbe di che preoccuparsi circa lo stato della sua debordante e trascinante tonicità. E se poi Bianca Guaccero dovesse battibeccare con Andrea Osvart col dirle risentita: "Ero una big, cocca!", le cose non migliorerebbero. Per altro è cosa assodata che Andrea Osvart "verrà sondata". Messa alla prova, cioè. Come si conviene a chi nel rompere il ghiaccio deve anche forare il teleschermo perché ha tutti gli occhi addosso.
Non si diradano le nebbie con i cantanti di serie A. Un più inedito che nostalgico Sergio Cameriere sommessamente sospira: "Se c'era Remo Remigi!". E un Mario Venuti in versione tutt’altro che multietnica esclama: "Muoviti, nera!". Nervosetti anche Tricarico ("Corri! Taci!") e Paolo Meneguzzi ("Un pazzo è meglio!"). Per non parlare di Giò di Tonno che sbraita:"Ogni dito no!" (ma cosa mai gli stanno facendo?). La coccolatissima (e favoritissima?) Anna Tatangelo diveggia anzichenò ("Lagna? Ne ò tanta!") e fa le fusa Tiromancino con la fidanzatina ("Torno, micina!"). Lo imita con l'inglesina che vive a Parigi Michele Zarrillo ("Hallo, Liz, remerci!").
C'è da sospettare che la navigata Loredana Berté voglia inimicarsi il critico Grasso del Corrierone ("Aldo terrà bene!") intanto che Eugenio Bennato si abbandona populisticamente alla massa ("Buona gente e noi"). Infine, in un raptus di spiritualità, un dubbioso Amedeo Minghi pone con sguardo ieratico una domanda radicale: "Emma, neghi Dio?".
A proposito di radicale, che davvero si rivolga alla Emma Bonino "mangiapreti"? Mah, chissà! Certo è che ciascun virgolettato contiene le medesime lettere del nome e cognome a cui si riferisce, cambiate di posto (provare per credere!). E' la melodica e perciò orecchiabile legge dell'anagramma. Che fa rima con "Mamma", la canzone per antonomasia che quando Sanremo vagì aveva già festeggiato 10 compleanni.
Leone PantaleoniEnigmista
venerdì 22 febbraio 2008
mercoledì 30 gennaio 2008
CAGLI, CARNEVALE CRESCE L’ATTESA

da TuttoFlaminia Marche del 30-01-2008
Fervono i preparativi per il grande Carnevale in notturna che si svolgerà lunedì 4 febbraio dalle ore 21 fino a mezzanotte; poi il divertimento si trasferirà nella discoteca Masai.
E’ una corsa per trovare le maschere più belle, per raffigurare personaggi dello spettacolo, della politica, della televisione; gruppi di maschere a piedi circoleranno in città, insieme ai carri che si stanno allestendo nel chiuso di capannoni, attenti a non farsi rubare idee, nella speranza di aggiudicarsi la vittoria. E intanto, come vuole la tradizione, ferve la preparazione di dolci tipici, castagnole, ciambelle, frittelle.
Le manifestazioni del Carnevale anche a Cagli crescono di intensità negli ultimi anni partendo dal giovedì grasso, molto legato alle usanze e alle tradizioni rurali per culminare nel martedì, ultimo giorno di festeggiamenti.
In altri luoghi a mezzanotte, si brucia il pupo, un rito di purificazione che diventa anche spettacolo folkloristico.
E’ una corsa per trovare le maschere più belle, per raffigurare personaggi dello spettacolo, della politica, della televisione; gruppi di maschere a piedi circoleranno in città, insieme ai carri che si stanno allestendo nel chiuso di capannoni, attenti a non farsi rubare idee, nella speranza di aggiudicarsi la vittoria. E intanto, come vuole la tradizione, ferve la preparazione di dolci tipici, castagnole, ciambelle, frittelle.
Le manifestazioni del Carnevale anche a Cagli crescono di intensità negli ultimi anni partendo dal giovedì grasso, molto legato alle usanze e alle tradizioni rurali per culminare nel martedì, ultimo giorno di festeggiamenti.
In altri luoghi a mezzanotte, si brucia il pupo, un rito di purificazione che diventa anche spettacolo folkloristico.
A Cagli, in questo senso, ci si aspetta un simile tipo di novità per il 2008 . Una conclusione del periodo carnevalesco particolarmente attesa, vivacizzata, nel frattempo, da una serie di piccole feste con musica e balli che coinvolgono soprattutto i giovani.
INTANTO LASSU' BACCINI E TABACCI ANNUNCIANO LA LORO INTENZIONE DI LASCIARE L’UDC
Mario Baccini è stato ministro per la Funzione pubblica nel governo Berlusconi.
«Il cambiamento di linea, adottato da Casini in modo assolutamente strumentale da novembre ad oggi, in completo dissenso dal mandato congressuale, da lui e dal segretario Cesa votato, ci impone di trarne le conseguenze»: così i parlamentari Bruno Tabacci e Mario Baccini, annunciano in una nota congiunta la loro intenzione di lasciare l'Udc.
«Il cambiamento di linea, adottato da Casini in modo assolutamente strumentale da novembre ad oggi, in completo dissenso dal mandato congressuale, da lui e dal segretario Cesa votato, ci impone di trarne le conseguenze»: così i parlamentari Bruno Tabacci e Mario Baccini, annunciano in una nota congiunta la loro intenzione di lasciare l'Udc.
Ecco il parere di Leone da Cagli in proposito:
LA RISPOSTA E' NO
Con gli ammorbanti problemi che ci affliggono non è aria, d'accordo, ma lasciateci giocare un po' con le parole:
- Accidenti, acciderba o accipicchia! -
deve aver esclamato un accigliato Casini rivolgendosi a Baccini e Tabacci, diventati, a suo modo di vedere, da casiniani a casinisti. Magari subito accorgendosi che le parole "accidenti", "acciderba", "accipicchia", "accigliato", "Baccini" e "Tabacci" hanno un "acci" in comune.
Inoltre, con lieve ritocco estetico, Baccini può diventare "bacini" (bacio di Giuda, s'intende!) e Tabacci "t'abbacchi".
Con chiaro riferimento all'attuale stato d'animo del "Pierferdi".
A proposito, un anagramma (termini o frasi diverse formate dalle medesime lettere cambiate di posto) di Pierferdinando Casini è: "Candidarsi per Fini? E' no!".
Leone PantaleoniEnigmista
domenica 30 settembre 2007
A CAGLI GLI PSEUDO-PUB SFONDANO IL MURO DEL SUONO
Questa notte sfondato ampiamente l’orario di chiusura e la musica a tamburo battente ha inondato via don G. Celli e dintorni dalle 22.00 alle 02.30.Straordinaria la presenza di giovani e meno giovani ieri sera nello storico parcheggio selvaggio di Piazza Matteotti. Il rito è classico: dalle 22.00 un discreto numero di persone staziona davanti ai due bar di piazza con i primi bicchieri in mano. A questo punto il richiamo della musica battente proveniente da via don G. Celli volutamente diffusa verso l’esterno del locale polarizza l’attenzione dei presenti che a piccoli gruppi cominciano a defluire verso la magica fonte del frastuono. Lì i fluidi defluiscono abbondanti dalle spine e vengono poi scaricati (anche poco nascostamente) nei cantoni, mentre i tamburi continuano la ritmata azione di sostegno dell’animazione della festa.
Il baccano è continuato fino alle 02.30 in barba alle ordinanze vigenti, senza la benché minima autorizzazione e senza pagare una lira di SIAE.
Seguiranno provvedimenti legali a carico dei gestori.
Il baccano è continuato fino alle 02.30 in barba alle ordinanze vigenti, senza la benché minima autorizzazione e senza pagare una lira di SIAE.
Seguiranno provvedimenti legali a carico dei gestori.
venerdì 21 settembre 2007
I FILOSOFI E LA PIAZZA: PRIMO APPUNTAMENTO
Il Circolo Culturale Contemporaneo organizza la 2^ edizione di incontri.
Come accadeva nelle piazze dell’antica Grecia, così a Cagli si è ritagliato uno spazio definitivo per la filosofia e la “gente di piazza”.Dopo il grande successo della prima edizione i filosofi tornano dunque ad incontrarsi e scontrarsi su grandi temi d’attualità. Questa seconda edizione vedrà come protagonisti:
Gianni Vattimo e Domenico Losurdo il 22 settembre, i quali affronteranno il tema “Un Dio o un’idea? - Oltre lo scontro tra civiltà - ”,
mentre il 20 ottobre il protagonista sarà Umberto Galimberti, intervistato dal coordinatore e moderatore Paolo Ercolani sul tema "L'uomo è morto? Eutanasia dell'umano nell'epoca della tecnica".
Gli incontri avranno luogo al Teatro Comunale di Cagli, per informazioni rivolgersi al Comune di Cagli, ufficio cultura: 0721780731
sabato 22 settembre quindi il primo dei due incontri con Gianni Vattimo e Domenico Losurdo
Ecco un articolo che in qualche modo anticipa la visione di Vattimo sull’argomento e di seguito una intervista a Losurdo sul suo ultimo libro:
Cristianesimo e conflitti culturali in Europadi Gianni Vattimo
Da molti segni, sembra che il rapporto del cristianesimo con i conflitti culturali - o la possibilità che essi si accentuino o si inaspriscano - non sia concepito come un rapporto tranquillizzante. Voglio dire che difficilmente oggi il titolo di questo dibattito Cristianesimo e conflitti culturali in Europa sarebbe inteso da qualcuno, a tutta prima, come riferito al cristianesimo in quanto fonte di pacificazione, attenuazione, ecc. dei conflitti culturali. Almeno in prima approssimazione, ciò a cui subito si pensa è che il rapporto si configuri piuttosto nel senso che il cristianesimo - se non come specifica sorgente di conflitto - per lo meno appaia come uno dei termini che entrano in conflitto. In altre parole: l’esistenza di una tradizione cristiana come sottofondo costante, anche se vago e di senso non univoco - nel mondo occidentale, non che essere un elemento di appianamento dei conflitti è (o è diventata) un aspetto costitutivo di essi, se non addirittura un fatto che li promuove e rischia di esasperarli.
Accade qui un po’ come accade per l’interpretazione del rapporto religione-politica: come è capitato di constatare in un dibattito tenutosi di recente a Torino, è quasi “naturale” che la relazione tra religione e politica venga sentita come un rischio per l’autonomia della politica, e di rado , o quasi mai, come l’eventualità che la religione contribuisca positivamente ad arricchire e a migliorare la politica. Mi sembra ovvio che qui siamo di fronte a esiti di esperienze storiche determinate: nel caso del binomio religione-politica, alla base del modo “difensivo’ di intenderlo, sta probabilmente l’esperienza italiana (ma forse non solo, seppure con fisionomie diverse) di una lunga stagione di “ingerenza” della religione, o meglio della Chiesa cattolica, nella scelte elettorali degli italiani.
Quanto al rapporto cristianesimo-conflitti culturali, l’idea del rischio che la tradizione cristiana faccia parte del conflitto, o addirittura contribuisca a promuoverlo, nasce probabilmente con la fine dell’eurocentrìsmo: non pensiamo più che la civiltà europea rappresenti lo sviluppo naturale e normale di tutte le culture umane , che essa sarebbe legittimata a unificare sotto di sè; e così anche il cristianesimo non ci appare più come la rivelazione della verità che illumina le tenebre delle culture “altre”, liberandole dai loro errori o dalle loro parzialità; è una religione e una cultura che si confronta con culture e tradizioni diverse, e dunque è uno dei termini in gioco nel conflitto tra culture e non, almeno non così ovviamente, la sua soluzione.
Del resto neanche all’interno del mondo occidentale cristiano il cristianesimo sembra più funzionare come elemento unificante. E’ qui, anche, la radice un po’ più remota e meno evidente della diffidenza della politica verso la religione: anche dentro al mondo occidentale la religione cristiana è piuttosto un termine del conflitto che un fattore ovvio di unificazione e pacificazione. . Il modo in cui le società occidentali hanno cercato di risolvere il problema di un cristianesimo diventato, da elemento di coesione, fattore di conflitto - una trasformazione che coincide con l’inizio della stessa modernità europea, Riforma protestante, guerre di religione, ma che prosegue fino ai giorni nostri - è stato quello della “evacuazione” della tematica religiosa dall’ambito laico. Il liberalismo ha significato la riduzione della religione alla sfera del privato, al massimo all’ambito della società civile (del libero associarsi di cittadini per scopi “opzionali” ecc. - riv. Dilthey).
Escluse dall’area delle lotte per il potere politico e per la distribuzione delle risorse economiche , la scelta e l’appartenenza religiosa non sono più apparse come una minaccia per la pace sociale. Nel momento in cui il conflitto culturale vede però coinvolti nuovi soggetti religiosi, e cioè le culture altre che nel frattempo si sono stabilite fra noi, questa soluzione liberale del problema funziona ancora? Si può assumerla a modello per il trattamento dei conflitti interculturali? La risposta può difficilmente essere affermativa. La situazione sembra piuttosto essere la seguente: lo spazio laico della politica che sembrava essersi stabilito abbastanza solidamente dentro le società liberali dell’Occidente, non riesce con la stessa sicurezza a includere pacificamente al proprio interno le culture (o almeno alcune culture) “altre” che oggi sono presenti nella nostra società; esse tendono a vedere la stessa laicità dello spazio politico come una minaccia alla loro autenticità, e dunque ad assumerla non come una condizione positiva di libertà, ma come un limite negativo da rifiutare.
Credo si possa ricordare, come esempio emblematico , la storia del divieto del chador nelle scuole pubbliche francesi. Per stabilire una condizione laica nella quale deve essere garantita la libertà religiosa (o irreligiosa) di chiunque, si vieta l’uso (troppo) visibile di uniformi, segni distintivi, ecc. , che potrebbero dar luogo a conflitti proprio in quanto affermazioni troppo marcate di una identità culturale. Ma, come è facile vedere, qui l’identità culturale che sarebbe troppo esplicitamente affermata è una identità altra, minoritaria, relativamente estranea a una più radicata tradizione locale. Se si paragona il divieto del chador con la quasi generale accettazione della presenza di simboli cristiani nelle scuole europee (il Crocifisso alla parete della scuola non viene per lo più contestato, salvo casi che per ora sono in numero limitato), ci si può render conto di quelli che mi sembrano i tratti salienti della nostra situazione . La società europea è, mediamente, laica e secolarizzata, ma sulla base di una abbastanza esplicita eredità cristiana; e ciò diviene evidente quando ci si misura con persone o gruppi radicati in tradizioni diverse, che avvertono la nostra laicità come profondamente marcata da una origine religiosa specifica. Il liberalismo ha creduto di mettere da parte la religione, riservandone lo spazio del privato, del sentimento, delle fede che non “interferisce” con le scelte politiche e con la normale dialettica del potere. Ma questa separazione è riuscita solo perché si è realizzata sulla base solida, anche se non riconosciuta, di una comune appartenenza religiosa.
Lo spazio laico in cui la religione ha cessato di essere un fattore conflittuale si è realizzato nell’Occidente moderno entro un più ampio, e meno riconosciuto, spazio religioso di origine cristiana, o ebraico-cristiana o biblica. Si può esprimere tutto ciò in tanti modi diversi: per esempio, con la boutade (che io continuo a trovare estremamente significativa) di chi dice “grazie a Dio sono ateo”. O, in termini meno paradossali, con il riconoscimento che la secolarizzazione che caratterizza la modernità (come la razionalizzazione capitalistica collegata da Weber all’etica protestante e al monoteismo biblico) è un fenomeno tipico del mondo cristiano . O ancora, prendendo atto che, con un altro paradosso, l’idea stessa del pluralismo delle culture esiste e si è sviluppata dentro una specifica cultura, quella dell’Occidente.
E’ vero che la forma classica in cui l’idea della pluralità delle culture umane si è sviluppata nell’Occidente moderno è quella eurocentrica che oggi non ci appare più sostenibile. Essa collocava le culture altre su una linea evolutiva il cui punto più alto era la civiltà cristiana dell’Occidente. I popoli pagani dovevano essere convertiti al cristianesimo, e le società” primitive” dovevano diventare società moderne, e cioè modellate su quelle occidentali; caratterizzate anche in senso laico, liberale, democratico. Questa visione evoluzionistica della storia umana diretta dall’ideale di emancipazione come occidentalizzazione, modernizzazione, cristianizzazione, è andata in crisi non solo o anzituttto per motivi teorici; è stata la caduta del colonialismo e di molte forme di imperialismo a rendere insostenibile una simile immagine del senso della storia universale.
Se oggi constatiamo che il cristianesimo non si presenta più, o almeno non è più considerato ovviamente quanto prima, come un fattore di superamento dei conflitti interculturali, è anche e soprattutto perché è caduta la sicurezza universalistica della ragione occidentale moderna , che, anche se inconsapevolmente, era una traduzione secolanizzata della fede ebraico-cristiana nel piano divino di salvezza. Quella parte del pensiero cristiano che ha sempre considerato questa traduzione in termini secolari come un tradimento e un abbandono della verità, si compiace oggi del naufragio del "razionalismo” occidentale. Ma tale naufragio ha come sua conseguenza il fatto che il cristianesimo tende oggi a presentarsi come un termine del conflitto culturale, piuttosto che come un fattore di superamento e di conciliazione. La questione che così si pone è tanto più urgente in quanto, parlando di cristianesimo, continuiamo anche a parlare di società liberale, di occidente, di democrazia moderna.
E’ vero che la civiltà cristiana ha avanzato le sue pretese universalistiche lasciando che si intorbidissero e si mescolassero con i piani del colonialismo e dell’imperialismo. Ma con il colonialismo e l’eurocentrismo deve anche necessariamente finire ogni forma di universalismo della ragione e ogni sogno di una civiltà umana universale”? La tesi che intendo sostenere è che:
a) oggi ci sono segni evidenti del fatto che in molte comunità cristiane (nelle diverse chiese e confessioni) dilaga la tentazione di opporre all’universalismo compromesso con l’eurocentrismo del pensiero e della politica occidentale moderna, forme di chiusura che vanno dai vari tipi di comunitanismo (con il risvolto di una certa apartheid delle culture) al vero e proprio fondamentalismo non di rado aperto a esiti violenti;
b) credendo di sottrarsi con questo ai perversi esiti del razionalismo moderno, della secolarizzazione ecc. , il cristianesimo in realtà rinuncia alla sua missione di civilizzazione; che può ricuperare solo ritrovando, in forme certo non più evoluzionistiche e imperialistiche, la propria profonda solidarietà con il destino della modernizzazione.
E’ come se l’alternativa davanti a cui si trova oggi il cristianesimo (e certo sono consapevole che si tratta di un termine generico: la Chiesa cattolica? Le chiese cristiane? Il pensiero dei credenti. Tutto un po’ fosse o caricarsi del destino della modernità (e della sua crisi, del suo passaggio al post-moderno) o, all’opposto, rivendicare la propria estraneità ad essa; ma se scegliesse questa seconda via - e ci sono segni che una tale tentazione c’è rinuncerebbe a essere un mondo e una civiltà, per ridiventare quello che forse era alle origini, una setta tra altre sette e un obiettivo fattore di disgregazione sociale fra altri.
Caricarsi del destino della modernità, del destino dell’Occidente, significa anche, anzitutto, riconoscere il significato profondamente cristiano della secolarizzazione. Torniamo a ciò che si è osservato poco fa: lo spazio laico del liberalismo moderno è più religioso di quanto il liberalismo stesso e il pensiero cristiano sono disposti a riconoscere. Una immediata conseguenza di questa osservazione è che non ha senso, per il cristianesimo, collocarsi nel nuovo spazio dei conflitti interculturali cercando di costituirsi come identità forte. La sua vocazione è piuttosto quella di approfondire la propria fisionomia di sorgente e condizione di possibilità della laicità.
Ciò che - sia pure faticosamente, data la natura niente affatto lineare del problema - sto cercando di sostenere è che la dissoluzione post-moderna dei metaracconti (secondo l’espressione di Lyotard), e cioè la caduta in discredito dell’universalismo della ragione caratteristico della modernità, conduce anche il cristianesimo a sentirsi puro e semplice termine interno di una conflitto tra culture, religioni, visioni del mondo. Comunitarismo di ispirazione religiosa, e fondamentalismi di vario tipo (compreso quello che traspare talvolta anche nell’insegnamento ufficiale della chiesa cattolica), mi sembrano corrispondere a questo nuovo atteggiamento, che si sente tranquillamente legittimato dal fatto di aver chiuso i conti con le implicazione imperialistiche e colonialistiche dell’universalismo e del razionalismo di stampo illuministico.
Ora, è ben vero che, come insegna l’ermeneutica contemporanea di derivazione esistenzialistica (da Heidegger a Gadamer a Pareyson) , la condizione per qualunque dialogo autentico è che ciascuno degli interlocutori assuma esplicitamente la propria condizione di parte coinvolta, si renda conto e renda conto all’altro interlocutore dei propri pregiudizi o, più in generale, della propria identità, senza sentirsi fin da principio colui che sa di più e che può guidare il dialogo verso esiti previsti, già saputi come “veri” (è questo per esempio un motivo della diffidenza dei filosofi ermeneutici per una certa concezione del dialogo psicoanalitico, nel quale si suppone che non ci sia perfetta simmetria tra i due interlocutori). Ma il pensiero cristiano, collocandosi verso le altre culture come un interlocutore con uguali diritti, non dovrebbe dimenticare che fra i tratti costitutivi della sua identità c e appunto anche, e anzitutto, l’eredità dell’universalismo, o se si vuole, la consapevolezza della pluralità delle culture e l’idea di uno spazio laico entro cui esse si possono confrontare. Per collocarsi in modo autentico come interlocutore del dialogo, il cristianesimo non può mettere da parte proprio questo aspetto essenziale della sua eredità e della sua identità.
Per rispettare la sua specifica autenticità, diventa importante che, entrando nel dialogo interculturale, il cristianesimo si presenti come il portatore dell’idea della laicità; che è l’idea stessa dell’universalismo della ragione spogliata delle sue accidentali anche se molto radicate e pesanti - complicità con gli ideali del colonialismo e dell’imperialismo moderni. Ciò significa però che, invece di “identificarsi” come una religione fra le altre, rafforzando i propri caratteri distintivi - sia sul piano dogmatico, sia sul piano della predicazione morale e della coesione disciplinare - il cristianesimo dovrebbe sviluppare la sua vocazione laica -quella che si è già manifestata nel rendere possibile e nel favorire la nascita dell’idea di laicità nella modernità europea. Si tratta qui di riconoscere un aspetto essenziale del cristianesimo come tale, non una sua accidentale caratteristica secolarizzata: a differenza di altre religioni, il cristianesimo ha avuto fin dall’inizio una fortissima componente missionaria, molto esplicita nella predicazione di Gesù, che invia gli apostoli a predicare il Vangelo a tutte le creature.
La forma che l’ideale missionario ha preso nella modernità è stata, certo, quella dell’alleanza, spesso non solo subita come una triste necessità, con l’imperialismo europeo. Ma nello stesso tempo, l’universalismo cristiano dava anche luogo, sulla base delle terribili esperienze delle guerre di religione in Europa, alla scoperta dell’idea di tolleranza e all’invenzione di uno spazio “laico” di libero incontro delle diverse posizioni religiose o areligiose che si erano intanto delineate nella società moderna. Si trattava e si tratta ancora oggi di cogliere nell’annuncio cristiano non tanto e non esclusivamente la liquidazione di tutti gli (altri) dei falsi e bugiardi, ma - anche a partire dal famoso detto di Gesù “date a Cesare. . ”, e da quell’altro: “il mio regno non è di questo mondo. . ” - di garantire uno spazio di legittimità a esperienze religiose diverse. Del resto non è raro, anche presso pensatori che si professano cristiani senza riserve, trovare che l’incarnazione di Cristo è interpretata anche come legittimazione di tutti i simboli naturali della divinità: se Dio si incarna in Gesù, significa che non è così radicalmente lontano dal mondo naturale e umano, e dunque che c’è una possibile verità anche nell’idolatria di tante religioni pagane.
Il cristianesimo si libera della sua complicità con gli ideali imperialistici della modernità europea in seguito a una dura esperienza storica, quella della rivolta dei popoli ex-coloniali che si ribellano ai loro dominatori “cristiani” anche in nome di una più autentica interpretazione del messaggio evangelico. Anche il ritrovamento della propria vocazione “laica” - quella di presentarsi anzitutto come il promotore di spazi di libertà per il dialogo tra religioni, visioni del mondo, orientamenti ideali e culture diverse -e imposto” al cristianesimo dall’incontro della sua vocazione missionaria con esperienze storiche nuove e inedite. Nelle nuove condizioni dei rapporti tra popoli e culture diverse, nel mondo post¬coloniale - il cristianesimo non può pensare di adempiere alla propria costitutiva vocazione missionaria accentuando la propria specificità dottrinale, morale, disciplinare.
All’opposto, esso può sperare di partecipare al dialogo-conflitto, o confronto, tra le culture e le religioni solo facendo leva sul proprio specifico (giacché non lo si trova così marcato nelle altre religioni) orientamento alla laicità. Si potrebbe sintetizzare questa proposta in una specie di slogan: dall’universalismo all’ospitalità. Del resto, il diffondersi di posizioni fondamentalistiche o di forme di apartheid comunitanistìca, mostra chiaramente, secondo me, che nel mondo babelico del pluralismo, le identità culturali e specialmente religiose sono destinate a finire nel fanatismo a meno che non accettino di viversi in uno spinto esplicitamente debole. L’ospitalità - mi richiamo qui a una bella conferenza di Jacques Dernida del gennaio scorso - non si realizza se non come un mettersi nelle mani del proprio ospite, come un affidarsi a lui, accettando dunque l’eventualità, nel caso del dialogo interculturale o interreligioso, che sia lui ad aver ragione. L’identità del cristiano nel dialogo interculturale e interreligioso, se - applicando il precetto della carità - si vuole concretare nella forma dell’ospitalità, non può che ridursi quasi completamente al dare ascolto e al lasciar la parola agli ospiti.
Mi rendo conto che ciò che propongo qui è una tesi densa di conseguenze e molto discutibile. Ma il compito a cui si trova di fronte oggi il mondo cristiano, e cioè l’Occidente, è quello di ricuperare la propria funzione universalistica senza implicazioni coloniali, imperialistiche, eurocentriche. E’ difficile pensare che possa adempiere a questo compito accentuando la propria specificità dogmatica, etica, disciplinare. Una tale accentuazione, si può ragionevolmente sostenere, non corrisponde nemmeno all’essenza della dottrina cristiana, ma dipende piuttosto da una certa inerzia storica delle chiese come organizzazioni mondane. L’altra via che si apre per il cristianesimo è quella di ricuperare la propria funzione universalistica accentuando la sua vocazione missionaria come ospitalità e come fondazione religiosa (paradossale quanto si vuole) della laicità (delle istituzioni, della società civile, della stessa vita religiosa individuale).Così, per tornare all’esempio a cui mi sono riferito poco fa, i cristiani non possono nello stesso tempo rivendicare il diritto di esporre il Crocifisso nelle scuole pubbliche e assumerlo come segno di una religione particolare intensamente dogmatica
O ancora: si può continuare a celebrare il Natale come una festa di tutti, nelle società occidentali, ma non ha poi senso lamentarsi che è divenuta una festa troppo laica, mondana, priva del suo più autentico significato originario. In fondo, il divieto del chador nelle scuole pubbliche francesi può esser giustificato proprio solo dal fatto che lì tratta di una affermazione di identità forte, una sorta di professione di fondamentalismo. Il Crocifisso è invece diventato, nella nostra società, un segno quasi ovvio, a cui si presta meno attenzione, che lascia sussistere la laicità, segnalandone soltanto un’origine religiosa sviluppatasi nel senso della secolarizzazione. E’ proprio in questo suo significato, generico ma anche “aprente” e possibilizzante, che esso può rivendicare il diritto di essere accettato come Simbolo universale in una società laica. Se le religioni, e anzitutto il cristianesimo, vogliono davvero presentarsi come identità forti, allora sarà fatale che la società liberale manifesti la sua laicità solo con una progressiva riduzione della visibilità di ogni simbolo religioso nella vita civile - per non suscitare la reazione di questa o quella minoranza o comunque di religioni e culture “altre”. In tal modo, tra l’altro, finiremmo per dover chiudere gran parte dei musei d’Occidente, e rinunciare alla stessa tradizione culturale occidentale che è così densa di simboli religiosi e inseparabile da essi.
Bisogna semmai favorire una compresenza libera e intensa -certo, anche assumendo come modello di democrazia simbolica proprio il museo, con il suo accostamento di stili, gusti, culture diverse -di molteplici universi simbolici, secondo uno spirito di ospitalità che esprimerebbe bene sia la natura laica della cultura occidentale, sia la sua profonda origine cristiana. Ma per arrivare a questo punto, occorre che le religioni, e il cristianesimo in primo luogo, vivano se stesse non più nella forma dogmatica e tendenzialmente fondamentalista che le ha fin qui caratterizzate. Anche in questo senso, si può dire che, contrariamente ad ogni aspettativa angustamente laicista, il rinnovamento della nostra vita civile in Occidente nell’epoca del multiculturalismo è anzitutto un problema di rinnovamento della vita religiosa.
Micaela Latini
INTERVISTA A DOMENICO LOSURDO
IL LINGUAGGIO DELL’IMPERO. LESSICO DELL’IDEOLOGIA AMERICANA
Professor Losurdo, è recentemente uscito il suo ultimo libro, Il linguaggio dell’impero
(Roma-Bari, Laterza, 2007), per la casa editrice Laterza. Come emerge già dal sottotitolo,
Lessico dell’ideologia americana, al centro di questo lavoro è un’analisi di quelle categorie che
giocano un ruolo centrale nell’ambito della ideologia della guerra. L’obiettivo dichiarato, così mi pare, è quello di rivisitare alcuni “concetti-chiave” che sono ormai radicati nella comune
opinione, sottraendoli da un lato a quella interpretazione ideologica e spesso fuorviante che si
è andata affermando, e dall’altro a una semplificazione linguistica che non può restituire la
cifra della complessità dei fenomeni in causa.
Da quali interrogativi prende le mosse la sua ricerca? Può offrirci uno sguardo sinottico sul suo
lavoro?Sul piano geopolitico e ideologico l’odierna situazione internazionale potrebbe essere così
caratterizzata: al tendenziale monopolio delle armi più sosfisticate e più micidiali – lo scudo
stellare degli Stati Uniti mira a rendere inservibile l’armamento nucleare degli altri paesi –
corrisponde la pretesa di Washington di ergersi a giudice universale, un giudice che per di più
detta le regole del discorso e sancisce in modo inappellabile le norme, i capi di imputazione
morale, i peccati, contro cui bisogna stare in guardia se si vuole evitare di essere messi in
stato d’accusa in quanto colpevoli, in misura più o meno grave e in modo diretto o indiretto, di terrorismo, fondamentalismo, antiamericanismo, antisemitismo (e antisionismo), filoislamismo
e odio contro l’Occidente. Dagli effetti potenzialmente devastanti, questi bandi di scomunica
colpiscono in primo luogo i paesi da Washington assimilati a canaglie fuorilegge, ma tengono
sotto tiro gli stessi alleati riluttanti. E’ stata questa situazione geopolitica e ideologica a
stimolare Il linguaggio dell’Impero.
Iniziamo dal primo temine: “Terrorismo”, uno delle determinazioni più usate per nominare la
violenza odierna, ma anche un concetto del tutto improprio e ambiguo (ad esempio nel fatto
che se per un verso è assimilabile a un giudizio soggettivo per altro è definizione descrittiva di
atti di violenza?). A quale forma di terrorismo si rivolge la sua analisi? Quali sono, a suo
parere, le radici del terrorismo, e in quale terreno affondano?A proposito del terrorismo individuale nel mio libro cito un articolo dell’«International Herald
Tribune» che già nel 2000 annunciava giubilante: la Cia ha stanziato somme enormi «per
trovare un generale o un colonnello che conficchi una pallottola nel cervello di Saddam».
Passiamo ora al terrorismo di massa. Se con esso si intende lo scatenamento della violenza
contro la popolazione civile in vista del conseguimento di determinati obiettivi politici e militari, dobbiamo dire che nella storia l’esempio più clamoroso di questa forma orribile di violenza è stato l’annientamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki. A parlare a tale proposito di «bombardamento terroristico» sono ai giorni nostri autorevoli storici statunitensi.
Disgraziatamente, non si tratta di un capitolo remoto di storia. «Agli inizi degli anni Settanta»
del Novecento – a riferirlo sono sempre studiosi americani - Richard Nixon e Henry Kissinger
«ordinarono di sganciare nelle aree rurali della Cambogia più bombe di quante ne fossero state lanciate sul Giappone durante la seconda guerra mondiale, uccidendo almeno 750.000
contadini cambogiani». Per quanto riguarda il Vietnam, a trent’anni dalla fine delle ostilità,
sono ancora quattro milioni le vittime col corpo devastato dall’agente arancione ovvero dalla
diossina. Il ricorso ad armi che colpiscono nel mucchio e continuano ad avere effetti a
lunghissima scadenza ci mette in presenza di un terrorismo particolarmente crudele: esso ha
come bersaglio non solo l’intera popolazione civile, ma anche i figli e i nipoti di questa massa di innocenti.
Come si vede, ha ben scarsa credibilità la pretesa di Washington di ergersi a campione della
lotta contro il terrorismo! Certo, il linguaggio dell’Impero si concentra soprattutto sull’orrore
degli attentati suicidi. Ma anche in questo caso è istruttivo uno sguardo alla storia e
all’antropologia. Gli ebrei che a Masada oppongono resistenza all’Impero romano o che, oltre
un millennio dopo, nel corso della prima Crociata si impegnano a difendere la loro identità
religiosa e culturali; gli indios travolti dai conquistadores; i neri che con ogni mezzo cercano di
sottarrsi alla schiavitù: tutti questi diversi gruppi etnici hanno fatto ricorso con modalità
diverse alla pratica del suicidio. Di volta in volta gli osservatori più lucidi e sensibili si sono
sforzati di comprendere le ragioni di chi preferisce dare la morte a sé e ai propri cari, cercando talvolta di coinvolgere nella rovina anche i responsabili del gesto disperato. Di ciò si rivela incapace l’ideologia oggi dominante in Occidente…
Quando si parla del mondo arabo e islamico si ricorre, come per una deduzione logica, alla
categoria del “Fondamentalismo”. E’ a questo motivo, e alle sue diverse connotazioni, che lei
dedica il secondo capitolo del libro. Il fenomeno del “Fondamentalismo” è circoscrivibile al solo
orizzonte contemporaneo? E inoltre: è esclusivo appannaggio della cultura islamica?Il fenomeno del fondamentalismo, non è limitato né alla modernità né al mondo islamico. Già
l’eminente storico inglese Arnold Toynbee, che ci ha lasciato un grandioso affresco delle
diverse civiltà emerse nel corso della storia universale, richiama l’attenzione sulla fanatica
resistenza all’insegna dello «zelotismo» ovvero del «mahdismo» opposta dai settori più
ortodossi e più radicali del mondo ebraico all’espansione politica e culturale dell’ellenismo.
Questi fondamentalisti ante litteram condannano la nudità e l’immoralità delle palestre e degli
stadi greci, soprattutto guardano con orrore al pericolo della contaminazione della culturale:
«Maledetto sia l’uomo che alleva un maiale e maledetti siano coloro che istruiscono i figli nella
sapienza greca». Siamo ben al di qua dell’avvento di Maometto, siamo nel secondo secolo
avanti Cristo!
Possiamo fare una considerazione di carattere più generale. Nei paesi chiamati a fronteggiare
l’invasione di un nemico più forte e più progredito, il fondamentalismo è l’atteggiamento di
quei gruppi che, assieme all’invasione, intendono respingere in blocco la stessa cultura degli
invasori. E’ un atteggiamento che spesso emerge come reazione a precedenti esperienze di
fiducia ingenua e mal riposta. Illuminante è l’esempio della Cina. A metà dell’Ottocento esplode la rivolta dei Taiping, filo-occidentale e ostile in modo implacabile nei confronti della dinastia regnante: duramente critica nei confronti del confucianesimo, essa si ispira al cristianesimo, dal quale desume in ultima analisi il monoteismo e il motivo messianico del «Regno celeste della grande pace». Ben lungi dall’essere xenofobo, è un movimento caratterizzato da intolleranza per la cultura tradizionale. Sennonché, contrariamente alle attese e alle speranze dei suoi dirigenti, la Gran Bretagna interviene a sostegno non già dei modernizzatori bensì della decrepita dinastia al potere. Ed ecco, nel 1900, svilupparsi in Cina un movimento del tutto diverso: assieme agli invasori, i Boxer prendono di mira anche le idee e le stesse invenzioni tecniche dell’Occidente, mentre difendono fanaticamente la tradizione religiosa e politica autoctona. Alla loro furia non si sottraggono né il telegrafo né le ferrovie né il cristianesimo: siamo in presenza, in ultima analisi, di una rivolta di tipo fondamentalista.
Qualcosa di analogo possiamo osservare a proposito dell’Iran dei giorni nostri: la vittoria della
rivoluzione fondamentalista ha luogo nel 1979, a circa 25 anni di distanza dal colpo di Stato
con cui Usa e Gran Bretagna rovesciano Mossadeq, il quale dirigeva un governo democratico e
laico e quindi aperto alle influenze della cultura occidentale, ma colpevole agli occhi di
Washington e Londra di aver nazionalizzato il petrolio e di voler respingere la tutela delle
grandi potenze imperiali.
Nel respingere in blocco la cultura e la religione degli invasori, il fondamentalismo tende a
costruire una sorta di religione nazionale. Ma questa tendenza si manifesta nello stesso
invasore, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, che nel corso di tutta la loro storia si
atteggiano a «popolo eletto» da Dio e da Lui investito della missione di guidare il mondo.
Questa è più che mai la visione di Bush jr.. il quale va ancora oltre: «Dio non è neutrale
davanti al bene e al male. Dio è con l’America». Diamo ora la parola ai predicatori che si
muovono nella cerchia del presidente statunitense: «Dio è a favore della guerra», e ad essa
anzi prende parte direttamente: «Dio combatte contro coloro che a Lui si oppongono e che
lottano contro di Lui e i Suoi seguaci». Se molteplici sono le forme che può assumere il
fenomeno del fondamentalismo, solo nel caso americano esso finisce col consacrare
teologicamente un paese e un popolo ben determinato, garantendogli l’assistenza divina nella
sua pretesa di edificare un Impero planetario.
Un’altra espressione centrale e ricorrente è quella di “Antiamericanismo”, identificato come un
morbo che infuria sia da destra sia da sinistra. E’ storicamente fondata e documentabile una
tale interpretazione?La storia degli Stati Uniti presenta caratteristiche peculiari. Siamo in presenza di un paese che, privo del peso della società cetuale dell’Antico regime, è il primo ad incamminarsi sulla via della democrazia rappresentativa (nell’ambito della comunità bianca). C’è però l’altra faccia della medaglia: per trentadue dei primi trentasei anni di vita degli Stati Uniti ad occupare il posto di Presidente sono proprietari di schiavi. Ciò vale per Washington, che dirige
l’insurrezione contro l’Inghilterra, per Jefferson, l’autore della Dichiarazione d’Indipendenza,
per Madison, l’autore della Costituzione del 1787. La schiavitù non è un residuo: a metà
dell’Ottocento gli Usa la reintroducono nel Texas strappato al Messico; più in generale, a lungo essi sono i campioni di un istituto che è scomparso in larga parte del continente americano. A ciò occorre aggiungere le pratiche di espropriazione, deportazione, decimazione e annientamento messe in atto a danno dei pellerossa. Per spiegare questo intreccio di
caratteristiche a prima vista così contraddittorie, autorevoli studiosi statunitensi hanno parlato
della storia del loro paese come della storia di una Herrenvolk democracy, ovvero di una
«democrazia per il popolo dei signori»: la democrazia nell’ambito della comunità bianca va di
pari passo con l’oppressione (sino alla schiavitù e al genocidio) imposta ai popoli coloniali.
Possiamo allora capire il diverso atteggiamento della sinistra e della destra. A partire da Marx
per giungere ai bolscevichi e a Gramsci, la sinistra apprezza il peso ridotto delle differenze o
delle barriere di ceto, che continuano a lungo a farsi sentire in Europa. Ereditando e
radicalizzando la tradizione della destra più reazionaria, Hitler scioglie invece un inno
all’«americanismo», inteso quale sinonimo di gerarchia razziale, di supremazia bianca, di
espansione inarrestabile a danno delle razze inferiori. Come si vede, quel che è amato dagli uni è odiato dagli altri, e viceversa. Chiaramente mitologica si rivela la tesi della convergenza tra antiamericanismo di destra e di sinistra.
Nel V capitolo del suo libro Lei affronta il termine “Antisionismo”. Secondo una certa lettura
avanzata nell’ambito dell’ideologia dell’Impero, l’antisionismo sarebbe una forma di
antisemitismo. Qual è la sua opinione a riguardo?A questo luogo comune si potrebbe rispondere ricordando l’osservazione che negli anni ’20 fa
Lucien Wolf, incaricato della comunità ebraica inglese per le relazioni internazionali: «Gli
antisemiti sono sempre sionisti ardenti e simpatetici». Ciò non vale solo per la Gran Bretagna.
Già a partire dalla fine dell’Ottocento, ad augurarsi la realizzazione della «profezia di Herzl» e a prendere posizione a favore del sionismo («La Palestina agli ebrei! Gli ebrei in Palestina!»)
sono in Francia (in quel momento alla testa della campagna anti-ebraica) i più ferventi
antisemiti, sono i discepoli e i seguaci di Édouard Drumont, il quale ultimo incontra
personalmente Herzl e scrive una recensione assai favorevole del suo libro: Lo Stato ebraico ha chiarito una volta per sempre come si può risolvere il problema degli ebrei; basta «rinviarli
tutti in Palestina». Secondo Hannah Arendt, a condividere tale entusiasmo è persino uno degli
esponenti più famigerati del Terzo Reich: «Dopo la lettura di questo famoso classico sionista,
Eichmann aderì prontamente e per sempre alle idee sioniste». Agli occhi degli antisemiti e degli stessi nazisti, il sionismo sarebbe qualcosa di positivo se riuscisse realmente a metter fine alla presenza dell’ebraismo in Europa e in Occidente e dunque a liquidare la società multirazziale e multiculturale che qui sciaguratamente imperversa.
A tale proposito le citazioni potrebbero moltiplicarsi. Ma, per convincersi della totale assurdità
della consueta identificazione di antisionismo e antisemitismo, basta porsi una domanda:
dileguerebbe l’indignazione dei palestinesi se, a condurre il processo di espropriazione e di
colonizzazione delle loro terre, piuttosto che ebrei sionisti, fossero cinesi o afroamericani? Chi
argomenta in tal modo dimostra di avere un’inquietante visione razziale del conflitto e di
essere incline a quel razzismo che dice di voler combattere.
Il VI capitolo del suo libro è dedicato al concetto di “Filo-islamismo”. Può ricordare quali motivi
si stringono intorno a questo nodo concettuale.Come dimostra ad esempio lo straordinario successo dei libri di Oriana Fallaci, è assai diffuso il motivo della minaccia mortale che il mondo arabo-islamico farebbe pesare sull’Occidente. Chi prende le distanze da questa Crociata è accusato di appeasement e di «filoislamismo». Nulla di nuovo sotto il sole! Già Spengler denuncia i «popoli islamici» quali campioni dell’agitazione e della rivolta anti-coloniale e anti-occidentale, quali protagonisti della «rivoluzione mondiale dei popoli di colore», della sciagurata sollevazione in corso contro i «bianchi popoli dei signori». E’ interessante notare che, tra il 1953 e il 1956, Churchill e Eisenhower hanno chiamato a combattere l’Egitto di Nasser in nome della difesa «dei bianchi» (of white people), dell’«uomo bianco» (the white man). Chiaramente, per i due statisti gli arabi continuavano a far parte delle popolazioni negroidi.
Ma, ai giorni nostri, arabi e islamici hanno preso il posto soprattutto degli ebrei. Essi sono
accusati di non volersi assimilare nei paesi occidentali che li ospitano, di costituire «uno Stato
nello Stato», di essere affetti da nevrosi e da nichilismo: sono i classici cavalli di battaglia
dell’antisemitismo. Persino la denuncia del «fanatismo» e della «teocrazia» non è affatto un
motivo nuovo: a suo tempo ha preso di mira gli ebrei, ostinatamente attaccati al loro testo
sacro e incapaci – si diceva – di adattarsi al mondo moderno. L’odierna campagna contro il
«filo-islamismo» ha preso il posto della campagna contro il «filo-semitismo» scatenata
nell’Otto e Novecento dai campioni dell’antisemitismo. Infine. Quando un autore quale
Huntington, guardando anche alla Cina, mette in guardia contro un possibile asse «islamicoconfuciano», siamo portati a pensare alle campagne naziste contro la cospirazione «ebraicobolscevica».
“Odio contro l’Occidente” è il titolo del VII, e ultimo capitolo del suo libro. Le riflessioni
contenute in questa sezione prendono le mosse da una domanda fondamentale: “Perché mai
l’Islam dovrebbe amare e rispettare l’Occidente più di quanto l’Occidente ami e rispetti
l’Islam?” Le categorie di Oriente ed Occidente sono, a suo parere, categorie proprie?No di certo! A lungo, all’Europa da essi abbandonata gli americani hanno guardato come al
luogo del peccato e della tirannia, come all’Oriente: è il continente americano a costituire
l’emisfero occidentale. Anzi, stando a Benjamin Franklin, che scrive alla metà del Settecento,
gli europei (almeno quelli collocati sul continente) non fanno propriamente parte neppure della razza bianca: sono «di colore vagamente scuro», mentre «il nucleo principale del popolo
bianco», del «popolo bianco in modo puro» è costituito dagli inglesi insediati sulle due rive
dell'Atlantico. Una visione simile ha conosciuto una duratura fortuna anche in Inghilterra: non
mancava chi, scherzando ma non troppo, amava dire che «i negri cominciano a Calais»,
appena attraversata la Manica; con linguaggio ovviamente più misurato, lo stesso John Stuart
Mill non nasconde il suo disprezzo nei confronti delle «nazioni continentali».
A conferma della labilità dei confini dell’Occidente si può fare questa ulteriore riflessione: lo si
celebra come il luogo sacro o esclusivo della civiltà, implicitamente relegando il Terzo Reich
nell’Oriente. Ma, a chi l’avesse dimenticato Hannah Arendt fa notare che il «genocidio senza
precedenti», mirante a cancellare gli ebrei dalla faccia della terra, ha avuto luogo «nel centro
della civiltà occidentale». Disgraziatamente, però è la stessa Arendt ad affermare che il Belgio
di Leopoldo II, colpevole di aver drasticamente decimato la popolazione del Congo avrebbe
agito in contrasto con «tutti i princìpi politici e morali dell’Occidente». In realtà, i congolesi non hanno subìto una sorte peggiore degli aborigeni del Nord America, dell’Australia, della Nuova Zelanda ecc. D’altro canto: cosa avrebbe detto la Arendt di un bilancio storico in base al quale lo sterminio degli ebrei avrebbe avuto luogo nel Terzo Reich in contrasto con «tutti i principi politici e morali della Germania»? E’ la riprova che l’Occidente, e tanto più l’Occidente
«autentico», è il risultato di una costruzione mutevole e spesso arbitraria.
Lei, che si è già a lungo occupato delle ideologie di guerra, quali novità riconosce all’odierno
lessico dell’Impero?La novità più importante è che oggi vediamo Washington ereditare ed unificare le diverse
ideologie che storicamente in Occidente hanno legittimato e alimentato le pretese al dominio e all’egemonia. Alla fine dell’Ottocento, dopo aver celebrato i prodigiosi successi conseguiti dalla Germania sul piano economico, politico e culturale, un fervente e influente sciovinista, e cioè Heinrich von Treitschke, prevedeva e auspicava che il Novecento diventasse un «secolo
tedesco». Ai giorni nostri, privo ormai di qualsiasi credito in patria, questo mito ha preferito
trasmigrare negli Stati Uniti, dove ha trovato accoglienza calorosa e entusiastica: è noto che il
«nuovo secolo americano» è la parola d’ordine agitata dai circoli neo-conservatori, che un
ruolo così importante svolgono nell’ambito dell’amministrazione Bush e, più in generale, della
cultura politica statunitense.
Nel corso della prima guerra mondiale, paesi come la Francia, l’Inghilterra, l’Italia e gli Stati
Uniti sono andati incontro al massacro agitando la bandiera dell’«interventismo democratico»:
la guerra era necessaria per far avanzare sul piano mondiale la causa della democrazia, per
liquidare negli Imperi centrali l’autocrazia e l’autoritarismo e sradicare così una volta per
sempre il flagello della guerra. Questo motivo ideologico ha ora assunto un’enfasi senza
precedenti ed diventato un monopolio degli Stati Uniti: essi si attribuiscono la missione eterna
e divina di imporre dappertutto, anche con la forza delle armi, «democrazia» e «libero
mercato».
Il mito dell’Impero apportatore di ordine, di stabilità e di pace accompagna come un’ombra la
storia del colonialismo e dell’imperialismo. All’apice della sua potenza, la Gran Bretagna della
regina Vittoria non disdegnava di paragonarsi all’Impero romano. Ovviamente, questo è un
motivo caro in modo particolare a Mussolini che, dopo aver in modo barbaro messo a ferro e
fuoco l’Etiopia, nel discorso del 9 maggio 1936, saluta la «riapparizione dell’Impero sui colli
fatali di Roma» e celebra il rinato impero romano come «impero di pace» e «impero di civiltà e umanità». E’ un motivo ben presente anche in Hitler, anche se questi, con lo sguardo rivolto
alla conquista dell’Europa orientale, preferisce far riferimento in primo luogo a Carlo Magno e
al Sacro Romano Impero della Nazione germanica. Caduta in disgrazia in Europa, tale
mitologia è più che mai di casa al di là dell’Atlantico, dove non mancano neppure le
riabilitazioni esplicite dell’imperialismo in quanto tale. In ogni caso, nei circoli dominanti il culto dell’impero è così forte da comportare anche la denigrazione della categoria di «equilibrio», inaccettabile già per il fatto di implicare in qualche modo l’idea di uguaglianza o di reciproco rispetto, sia pure soltanto tra le grandi potenze. A porre fine una volta per sempre a questo vecchiume è chiamato una sorta di rinato impero romano di dimensioni planetarie e, naturalmente, garante della pace, della civiltà e dell’umanità.
Infine. La storia della tradizione coloniale è tutta attraversata dall’appello enfatico alla difesa
dell’Europa e dell’Occidente e all’espansione dell’area della civiltà di contro alla minaccia ovvero all’ostinazione dei barbari. Nell’ereditare e radicalizzare la tradizione coloniale, il fascismo e il nazismo non potevano non riprendere questo motivo ideologico, che risuona in particolare nelle dichiarazioni dei dirigenti e degli ideologi del Terzo Reich, immediatamente confinante con la barbarie orientale e asiatica da sconfiggere e assoggettare. Ad ergersi a campioni dell’Occidente, e soprattutto dell’Occidente più autentico, quello più puro e più incontaminato dalle incrostazioni e dai cedimenti filoislamici, sono oggi gli Stati Uniti d’America.
Come accadeva nelle piazze dell’antica Grecia, così a Cagli si è ritagliato uno spazio definitivo per la filosofia e la “gente di piazza”.Dopo il grande successo della prima edizione i filosofi tornano dunque ad incontrarsi e scontrarsi su grandi temi d’attualità. Questa seconda edizione vedrà come protagonisti:
Gianni Vattimo e Domenico Losurdo il 22 settembre, i quali affronteranno il tema “Un Dio o un’idea? - Oltre lo scontro tra civiltà - ”,
mentre il 20 ottobre il protagonista sarà Umberto Galimberti, intervistato dal coordinatore e moderatore Paolo Ercolani sul tema "L'uomo è morto? Eutanasia dell'umano nell'epoca della tecnica".
Gli incontri avranno luogo al Teatro Comunale di Cagli, per informazioni rivolgersi al Comune di Cagli, ufficio cultura: 0721780731
sabato 22 settembre quindi il primo dei due incontri con Gianni Vattimo e Domenico Losurdo
Ecco un articolo che in qualche modo anticipa la visione di Vattimo sull’argomento e di seguito una intervista a Losurdo sul suo ultimo libro:
Cristianesimo e conflitti culturali in Europadi Gianni Vattimo
Da molti segni, sembra che il rapporto del cristianesimo con i conflitti culturali - o la possibilità che essi si accentuino o si inaspriscano - non sia concepito come un rapporto tranquillizzante. Voglio dire che difficilmente oggi il titolo di questo dibattito Cristianesimo e conflitti culturali in Europa sarebbe inteso da qualcuno, a tutta prima, come riferito al cristianesimo in quanto fonte di pacificazione, attenuazione, ecc. dei conflitti culturali. Almeno in prima approssimazione, ciò a cui subito si pensa è che il rapporto si configuri piuttosto nel senso che il cristianesimo - se non come specifica sorgente di conflitto - per lo meno appaia come uno dei termini che entrano in conflitto. In altre parole: l’esistenza di una tradizione cristiana come sottofondo costante, anche se vago e di senso non univoco - nel mondo occidentale, non che essere un elemento di appianamento dei conflitti è (o è diventata) un aspetto costitutivo di essi, se non addirittura un fatto che li promuove e rischia di esasperarli.
Accade qui un po’ come accade per l’interpretazione del rapporto religione-politica: come è capitato di constatare in un dibattito tenutosi di recente a Torino, è quasi “naturale” che la relazione tra religione e politica venga sentita come un rischio per l’autonomia della politica, e di rado , o quasi mai, come l’eventualità che la religione contribuisca positivamente ad arricchire e a migliorare la politica. Mi sembra ovvio che qui siamo di fronte a esiti di esperienze storiche determinate: nel caso del binomio religione-politica, alla base del modo “difensivo’ di intenderlo, sta probabilmente l’esperienza italiana (ma forse non solo, seppure con fisionomie diverse) di una lunga stagione di “ingerenza” della religione, o meglio della Chiesa cattolica, nella scelte elettorali degli italiani.
Quanto al rapporto cristianesimo-conflitti culturali, l’idea del rischio che la tradizione cristiana faccia parte del conflitto, o addirittura contribuisca a promuoverlo, nasce probabilmente con la fine dell’eurocentrìsmo: non pensiamo più che la civiltà europea rappresenti lo sviluppo naturale e normale di tutte le culture umane , che essa sarebbe legittimata a unificare sotto di sè; e così anche il cristianesimo non ci appare più come la rivelazione della verità che illumina le tenebre delle culture “altre”, liberandole dai loro errori o dalle loro parzialità; è una religione e una cultura che si confronta con culture e tradizioni diverse, e dunque è uno dei termini in gioco nel conflitto tra culture e non, almeno non così ovviamente, la sua soluzione.
Del resto neanche all’interno del mondo occidentale cristiano il cristianesimo sembra più funzionare come elemento unificante. E’ qui, anche, la radice un po’ più remota e meno evidente della diffidenza della politica verso la religione: anche dentro al mondo occidentale la religione cristiana è piuttosto un termine del conflitto che un fattore ovvio di unificazione e pacificazione. . Il modo in cui le società occidentali hanno cercato di risolvere il problema di un cristianesimo diventato, da elemento di coesione, fattore di conflitto - una trasformazione che coincide con l’inizio della stessa modernità europea, Riforma protestante, guerre di religione, ma che prosegue fino ai giorni nostri - è stato quello della “evacuazione” della tematica religiosa dall’ambito laico. Il liberalismo ha significato la riduzione della religione alla sfera del privato, al massimo all’ambito della società civile (del libero associarsi di cittadini per scopi “opzionali” ecc. - riv. Dilthey).
Escluse dall’area delle lotte per il potere politico e per la distribuzione delle risorse economiche , la scelta e l’appartenenza religiosa non sono più apparse come una minaccia per la pace sociale. Nel momento in cui il conflitto culturale vede però coinvolti nuovi soggetti religiosi, e cioè le culture altre che nel frattempo si sono stabilite fra noi, questa soluzione liberale del problema funziona ancora? Si può assumerla a modello per il trattamento dei conflitti interculturali? La risposta può difficilmente essere affermativa. La situazione sembra piuttosto essere la seguente: lo spazio laico della politica che sembrava essersi stabilito abbastanza solidamente dentro le società liberali dell’Occidente, non riesce con la stessa sicurezza a includere pacificamente al proprio interno le culture (o almeno alcune culture) “altre” che oggi sono presenti nella nostra società; esse tendono a vedere la stessa laicità dello spazio politico come una minaccia alla loro autenticità, e dunque ad assumerla non come una condizione positiva di libertà, ma come un limite negativo da rifiutare.
Credo si possa ricordare, come esempio emblematico , la storia del divieto del chador nelle scuole pubbliche francesi. Per stabilire una condizione laica nella quale deve essere garantita la libertà religiosa (o irreligiosa) di chiunque, si vieta l’uso (troppo) visibile di uniformi, segni distintivi, ecc. , che potrebbero dar luogo a conflitti proprio in quanto affermazioni troppo marcate di una identità culturale. Ma, come è facile vedere, qui l’identità culturale che sarebbe troppo esplicitamente affermata è una identità altra, minoritaria, relativamente estranea a una più radicata tradizione locale. Se si paragona il divieto del chador con la quasi generale accettazione della presenza di simboli cristiani nelle scuole europee (il Crocifisso alla parete della scuola non viene per lo più contestato, salvo casi che per ora sono in numero limitato), ci si può render conto di quelli che mi sembrano i tratti salienti della nostra situazione . La società europea è, mediamente, laica e secolarizzata, ma sulla base di una abbastanza esplicita eredità cristiana; e ciò diviene evidente quando ci si misura con persone o gruppi radicati in tradizioni diverse, che avvertono la nostra laicità come profondamente marcata da una origine religiosa specifica. Il liberalismo ha creduto di mettere da parte la religione, riservandone lo spazio del privato, del sentimento, delle fede che non “interferisce” con le scelte politiche e con la normale dialettica del potere. Ma questa separazione è riuscita solo perché si è realizzata sulla base solida, anche se non riconosciuta, di una comune appartenenza religiosa.
Lo spazio laico in cui la religione ha cessato di essere un fattore conflittuale si è realizzato nell’Occidente moderno entro un più ampio, e meno riconosciuto, spazio religioso di origine cristiana, o ebraico-cristiana o biblica. Si può esprimere tutto ciò in tanti modi diversi: per esempio, con la boutade (che io continuo a trovare estremamente significativa) di chi dice “grazie a Dio sono ateo”. O, in termini meno paradossali, con il riconoscimento che la secolarizzazione che caratterizza la modernità (come la razionalizzazione capitalistica collegata da Weber all’etica protestante e al monoteismo biblico) è un fenomeno tipico del mondo cristiano . O ancora, prendendo atto che, con un altro paradosso, l’idea stessa del pluralismo delle culture esiste e si è sviluppata dentro una specifica cultura, quella dell’Occidente.
E’ vero che la forma classica in cui l’idea della pluralità delle culture umane si è sviluppata nell’Occidente moderno è quella eurocentrica che oggi non ci appare più sostenibile. Essa collocava le culture altre su una linea evolutiva il cui punto più alto era la civiltà cristiana dell’Occidente. I popoli pagani dovevano essere convertiti al cristianesimo, e le società” primitive” dovevano diventare società moderne, e cioè modellate su quelle occidentali; caratterizzate anche in senso laico, liberale, democratico. Questa visione evoluzionistica della storia umana diretta dall’ideale di emancipazione come occidentalizzazione, modernizzazione, cristianizzazione, è andata in crisi non solo o anzituttto per motivi teorici; è stata la caduta del colonialismo e di molte forme di imperialismo a rendere insostenibile una simile immagine del senso della storia universale.
Se oggi constatiamo che il cristianesimo non si presenta più, o almeno non è più considerato ovviamente quanto prima, come un fattore di superamento dei conflitti interculturali, è anche e soprattutto perché è caduta la sicurezza universalistica della ragione occidentale moderna , che, anche se inconsapevolmente, era una traduzione secolanizzata della fede ebraico-cristiana nel piano divino di salvezza. Quella parte del pensiero cristiano che ha sempre considerato questa traduzione in termini secolari come un tradimento e un abbandono della verità, si compiace oggi del naufragio del "razionalismo” occidentale. Ma tale naufragio ha come sua conseguenza il fatto che il cristianesimo tende oggi a presentarsi come un termine del conflitto culturale, piuttosto che come un fattore di superamento e di conciliazione. La questione che così si pone è tanto più urgente in quanto, parlando di cristianesimo, continuiamo anche a parlare di società liberale, di occidente, di democrazia moderna.
E’ vero che la civiltà cristiana ha avanzato le sue pretese universalistiche lasciando che si intorbidissero e si mescolassero con i piani del colonialismo e dell’imperialismo. Ma con il colonialismo e l’eurocentrismo deve anche necessariamente finire ogni forma di universalismo della ragione e ogni sogno di una civiltà umana universale”? La tesi che intendo sostenere è che:
a) oggi ci sono segni evidenti del fatto che in molte comunità cristiane (nelle diverse chiese e confessioni) dilaga la tentazione di opporre all’universalismo compromesso con l’eurocentrismo del pensiero e della politica occidentale moderna, forme di chiusura che vanno dai vari tipi di comunitanismo (con il risvolto di una certa apartheid delle culture) al vero e proprio fondamentalismo non di rado aperto a esiti violenti;
b) credendo di sottrarsi con questo ai perversi esiti del razionalismo moderno, della secolarizzazione ecc. , il cristianesimo in realtà rinuncia alla sua missione di civilizzazione; che può ricuperare solo ritrovando, in forme certo non più evoluzionistiche e imperialistiche, la propria profonda solidarietà con il destino della modernizzazione.
E’ come se l’alternativa davanti a cui si trova oggi il cristianesimo (e certo sono consapevole che si tratta di un termine generico: la Chiesa cattolica? Le chiese cristiane? Il pensiero dei credenti. Tutto un po’ fosse o caricarsi del destino della modernità (e della sua crisi, del suo passaggio al post-moderno) o, all’opposto, rivendicare la propria estraneità ad essa; ma se scegliesse questa seconda via - e ci sono segni che una tale tentazione c’è rinuncerebbe a essere un mondo e una civiltà, per ridiventare quello che forse era alle origini, una setta tra altre sette e un obiettivo fattore di disgregazione sociale fra altri.
Caricarsi del destino della modernità, del destino dell’Occidente, significa anche, anzitutto, riconoscere il significato profondamente cristiano della secolarizzazione. Torniamo a ciò che si è osservato poco fa: lo spazio laico del liberalismo moderno è più religioso di quanto il liberalismo stesso e il pensiero cristiano sono disposti a riconoscere. Una immediata conseguenza di questa osservazione è che non ha senso, per il cristianesimo, collocarsi nel nuovo spazio dei conflitti interculturali cercando di costituirsi come identità forte. La sua vocazione è piuttosto quella di approfondire la propria fisionomia di sorgente e condizione di possibilità della laicità.
Ciò che - sia pure faticosamente, data la natura niente affatto lineare del problema - sto cercando di sostenere è che la dissoluzione post-moderna dei metaracconti (secondo l’espressione di Lyotard), e cioè la caduta in discredito dell’universalismo della ragione caratteristico della modernità, conduce anche il cristianesimo a sentirsi puro e semplice termine interno di una conflitto tra culture, religioni, visioni del mondo. Comunitarismo di ispirazione religiosa, e fondamentalismi di vario tipo (compreso quello che traspare talvolta anche nell’insegnamento ufficiale della chiesa cattolica), mi sembrano corrispondere a questo nuovo atteggiamento, che si sente tranquillamente legittimato dal fatto di aver chiuso i conti con le implicazione imperialistiche e colonialistiche dell’universalismo e del razionalismo di stampo illuministico.
Ora, è ben vero che, come insegna l’ermeneutica contemporanea di derivazione esistenzialistica (da Heidegger a Gadamer a Pareyson) , la condizione per qualunque dialogo autentico è che ciascuno degli interlocutori assuma esplicitamente la propria condizione di parte coinvolta, si renda conto e renda conto all’altro interlocutore dei propri pregiudizi o, più in generale, della propria identità, senza sentirsi fin da principio colui che sa di più e che può guidare il dialogo verso esiti previsti, già saputi come “veri” (è questo per esempio un motivo della diffidenza dei filosofi ermeneutici per una certa concezione del dialogo psicoanalitico, nel quale si suppone che non ci sia perfetta simmetria tra i due interlocutori). Ma il pensiero cristiano, collocandosi verso le altre culture come un interlocutore con uguali diritti, non dovrebbe dimenticare che fra i tratti costitutivi della sua identità c e appunto anche, e anzitutto, l’eredità dell’universalismo, o se si vuole, la consapevolezza della pluralità delle culture e l’idea di uno spazio laico entro cui esse si possono confrontare. Per collocarsi in modo autentico come interlocutore del dialogo, il cristianesimo non può mettere da parte proprio questo aspetto essenziale della sua eredità e della sua identità.
Per rispettare la sua specifica autenticità, diventa importante che, entrando nel dialogo interculturale, il cristianesimo si presenti come il portatore dell’idea della laicità; che è l’idea stessa dell’universalismo della ragione spogliata delle sue accidentali anche se molto radicate e pesanti - complicità con gli ideali del colonialismo e dell’imperialismo moderni. Ciò significa però che, invece di “identificarsi” come una religione fra le altre, rafforzando i propri caratteri distintivi - sia sul piano dogmatico, sia sul piano della predicazione morale e della coesione disciplinare - il cristianesimo dovrebbe sviluppare la sua vocazione laica -quella che si è già manifestata nel rendere possibile e nel favorire la nascita dell’idea di laicità nella modernità europea. Si tratta qui di riconoscere un aspetto essenziale del cristianesimo come tale, non una sua accidentale caratteristica secolarizzata: a differenza di altre religioni, il cristianesimo ha avuto fin dall’inizio una fortissima componente missionaria, molto esplicita nella predicazione di Gesù, che invia gli apostoli a predicare il Vangelo a tutte le creature.
La forma che l’ideale missionario ha preso nella modernità è stata, certo, quella dell’alleanza, spesso non solo subita come una triste necessità, con l’imperialismo europeo. Ma nello stesso tempo, l’universalismo cristiano dava anche luogo, sulla base delle terribili esperienze delle guerre di religione in Europa, alla scoperta dell’idea di tolleranza e all’invenzione di uno spazio “laico” di libero incontro delle diverse posizioni religiose o areligiose che si erano intanto delineate nella società moderna. Si trattava e si tratta ancora oggi di cogliere nell’annuncio cristiano non tanto e non esclusivamente la liquidazione di tutti gli (altri) dei falsi e bugiardi, ma - anche a partire dal famoso detto di Gesù “date a Cesare. . ”, e da quell’altro: “il mio regno non è di questo mondo. . ” - di garantire uno spazio di legittimità a esperienze religiose diverse. Del resto non è raro, anche presso pensatori che si professano cristiani senza riserve, trovare che l’incarnazione di Cristo è interpretata anche come legittimazione di tutti i simboli naturali della divinità: se Dio si incarna in Gesù, significa che non è così radicalmente lontano dal mondo naturale e umano, e dunque che c’è una possibile verità anche nell’idolatria di tante religioni pagane.
Il cristianesimo si libera della sua complicità con gli ideali imperialistici della modernità europea in seguito a una dura esperienza storica, quella della rivolta dei popoli ex-coloniali che si ribellano ai loro dominatori “cristiani” anche in nome di una più autentica interpretazione del messaggio evangelico. Anche il ritrovamento della propria vocazione “laica” - quella di presentarsi anzitutto come il promotore di spazi di libertà per il dialogo tra religioni, visioni del mondo, orientamenti ideali e culture diverse -e imposto” al cristianesimo dall’incontro della sua vocazione missionaria con esperienze storiche nuove e inedite. Nelle nuove condizioni dei rapporti tra popoli e culture diverse, nel mondo post¬coloniale - il cristianesimo non può pensare di adempiere alla propria costitutiva vocazione missionaria accentuando la propria specificità dottrinale, morale, disciplinare.
All’opposto, esso può sperare di partecipare al dialogo-conflitto, o confronto, tra le culture e le religioni solo facendo leva sul proprio specifico (giacché non lo si trova così marcato nelle altre religioni) orientamento alla laicità. Si potrebbe sintetizzare questa proposta in una specie di slogan: dall’universalismo all’ospitalità. Del resto, il diffondersi di posizioni fondamentalistiche o di forme di apartheid comunitanistìca, mostra chiaramente, secondo me, che nel mondo babelico del pluralismo, le identità culturali e specialmente religiose sono destinate a finire nel fanatismo a meno che non accettino di viversi in uno spinto esplicitamente debole. L’ospitalità - mi richiamo qui a una bella conferenza di Jacques Dernida del gennaio scorso - non si realizza se non come un mettersi nelle mani del proprio ospite, come un affidarsi a lui, accettando dunque l’eventualità, nel caso del dialogo interculturale o interreligioso, che sia lui ad aver ragione. L’identità del cristiano nel dialogo interculturale e interreligioso, se - applicando il precetto della carità - si vuole concretare nella forma dell’ospitalità, non può che ridursi quasi completamente al dare ascolto e al lasciar la parola agli ospiti.
Mi rendo conto che ciò che propongo qui è una tesi densa di conseguenze e molto discutibile. Ma il compito a cui si trova di fronte oggi il mondo cristiano, e cioè l’Occidente, è quello di ricuperare la propria funzione universalistica senza implicazioni coloniali, imperialistiche, eurocentriche. E’ difficile pensare che possa adempiere a questo compito accentuando la propria specificità dogmatica, etica, disciplinare. Una tale accentuazione, si può ragionevolmente sostenere, non corrisponde nemmeno all’essenza della dottrina cristiana, ma dipende piuttosto da una certa inerzia storica delle chiese come organizzazioni mondane. L’altra via che si apre per il cristianesimo è quella di ricuperare la propria funzione universalistica accentuando la sua vocazione missionaria come ospitalità e come fondazione religiosa (paradossale quanto si vuole) della laicità (delle istituzioni, della società civile, della stessa vita religiosa individuale).Così, per tornare all’esempio a cui mi sono riferito poco fa, i cristiani non possono nello stesso tempo rivendicare il diritto di esporre il Crocifisso nelle scuole pubbliche e assumerlo come segno di una religione particolare intensamente dogmatica
O ancora: si può continuare a celebrare il Natale come una festa di tutti, nelle società occidentali, ma non ha poi senso lamentarsi che è divenuta una festa troppo laica, mondana, priva del suo più autentico significato originario. In fondo, il divieto del chador nelle scuole pubbliche francesi può esser giustificato proprio solo dal fatto che lì tratta di una affermazione di identità forte, una sorta di professione di fondamentalismo. Il Crocifisso è invece diventato, nella nostra società, un segno quasi ovvio, a cui si presta meno attenzione, che lascia sussistere la laicità, segnalandone soltanto un’origine religiosa sviluppatasi nel senso della secolarizzazione. E’ proprio in questo suo significato, generico ma anche “aprente” e possibilizzante, che esso può rivendicare il diritto di essere accettato come Simbolo universale in una società laica. Se le religioni, e anzitutto il cristianesimo, vogliono davvero presentarsi come identità forti, allora sarà fatale che la società liberale manifesti la sua laicità solo con una progressiva riduzione della visibilità di ogni simbolo religioso nella vita civile - per non suscitare la reazione di questa o quella minoranza o comunque di religioni e culture “altre”. In tal modo, tra l’altro, finiremmo per dover chiudere gran parte dei musei d’Occidente, e rinunciare alla stessa tradizione culturale occidentale che è così densa di simboli religiosi e inseparabile da essi.
Bisogna semmai favorire una compresenza libera e intensa -certo, anche assumendo come modello di democrazia simbolica proprio il museo, con il suo accostamento di stili, gusti, culture diverse -di molteplici universi simbolici, secondo uno spirito di ospitalità che esprimerebbe bene sia la natura laica della cultura occidentale, sia la sua profonda origine cristiana. Ma per arrivare a questo punto, occorre che le religioni, e il cristianesimo in primo luogo, vivano se stesse non più nella forma dogmatica e tendenzialmente fondamentalista che le ha fin qui caratterizzate. Anche in questo senso, si può dire che, contrariamente ad ogni aspettativa angustamente laicista, il rinnovamento della nostra vita civile in Occidente nell’epoca del multiculturalismo è anzitutto un problema di rinnovamento della vita religiosa.
Micaela Latini
INTERVISTA A DOMENICO LOSURDO
IL LINGUAGGIO DELL’IMPERO. LESSICO DELL’IDEOLOGIA AMERICANA
Professor Losurdo, è recentemente uscito il suo ultimo libro, Il linguaggio dell’impero
(Roma-Bari, Laterza, 2007), per la casa editrice Laterza. Come emerge già dal sottotitolo,
Lessico dell’ideologia americana, al centro di questo lavoro è un’analisi di quelle categorie che
giocano un ruolo centrale nell’ambito della ideologia della guerra. L’obiettivo dichiarato, così mi pare, è quello di rivisitare alcuni “concetti-chiave” che sono ormai radicati nella comune
opinione, sottraendoli da un lato a quella interpretazione ideologica e spesso fuorviante che si
è andata affermando, e dall’altro a una semplificazione linguistica che non può restituire la
cifra della complessità dei fenomeni in causa.
Da quali interrogativi prende le mosse la sua ricerca? Può offrirci uno sguardo sinottico sul suo
lavoro?Sul piano geopolitico e ideologico l’odierna situazione internazionale potrebbe essere così
caratterizzata: al tendenziale monopolio delle armi più sosfisticate e più micidiali – lo scudo
stellare degli Stati Uniti mira a rendere inservibile l’armamento nucleare degli altri paesi –
corrisponde la pretesa di Washington di ergersi a giudice universale, un giudice che per di più
detta le regole del discorso e sancisce in modo inappellabile le norme, i capi di imputazione
morale, i peccati, contro cui bisogna stare in guardia se si vuole evitare di essere messi in
stato d’accusa in quanto colpevoli, in misura più o meno grave e in modo diretto o indiretto, di terrorismo, fondamentalismo, antiamericanismo, antisemitismo (e antisionismo), filoislamismo
e odio contro l’Occidente. Dagli effetti potenzialmente devastanti, questi bandi di scomunica
colpiscono in primo luogo i paesi da Washington assimilati a canaglie fuorilegge, ma tengono
sotto tiro gli stessi alleati riluttanti. E’ stata questa situazione geopolitica e ideologica a
stimolare Il linguaggio dell’Impero.
Iniziamo dal primo temine: “Terrorismo”, uno delle determinazioni più usate per nominare la
violenza odierna, ma anche un concetto del tutto improprio e ambiguo (ad esempio nel fatto
che se per un verso è assimilabile a un giudizio soggettivo per altro è definizione descrittiva di
atti di violenza?). A quale forma di terrorismo si rivolge la sua analisi? Quali sono, a suo
parere, le radici del terrorismo, e in quale terreno affondano?A proposito del terrorismo individuale nel mio libro cito un articolo dell’«International Herald
Tribune» che già nel 2000 annunciava giubilante: la Cia ha stanziato somme enormi «per
trovare un generale o un colonnello che conficchi una pallottola nel cervello di Saddam».
Passiamo ora al terrorismo di massa. Se con esso si intende lo scatenamento della violenza
contro la popolazione civile in vista del conseguimento di determinati obiettivi politici e militari, dobbiamo dire che nella storia l’esempio più clamoroso di questa forma orribile di violenza è stato l’annientamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki. A parlare a tale proposito di «bombardamento terroristico» sono ai giorni nostri autorevoli storici statunitensi.
Disgraziatamente, non si tratta di un capitolo remoto di storia. «Agli inizi degli anni Settanta»
del Novecento – a riferirlo sono sempre studiosi americani - Richard Nixon e Henry Kissinger
«ordinarono di sganciare nelle aree rurali della Cambogia più bombe di quante ne fossero state lanciate sul Giappone durante la seconda guerra mondiale, uccidendo almeno 750.000
contadini cambogiani». Per quanto riguarda il Vietnam, a trent’anni dalla fine delle ostilità,
sono ancora quattro milioni le vittime col corpo devastato dall’agente arancione ovvero dalla
diossina. Il ricorso ad armi che colpiscono nel mucchio e continuano ad avere effetti a
lunghissima scadenza ci mette in presenza di un terrorismo particolarmente crudele: esso ha
come bersaglio non solo l’intera popolazione civile, ma anche i figli e i nipoti di questa massa di innocenti.
Come si vede, ha ben scarsa credibilità la pretesa di Washington di ergersi a campione della
lotta contro il terrorismo! Certo, il linguaggio dell’Impero si concentra soprattutto sull’orrore
degli attentati suicidi. Ma anche in questo caso è istruttivo uno sguardo alla storia e
all’antropologia. Gli ebrei che a Masada oppongono resistenza all’Impero romano o che, oltre
un millennio dopo, nel corso della prima Crociata si impegnano a difendere la loro identità
religiosa e culturali; gli indios travolti dai conquistadores; i neri che con ogni mezzo cercano di
sottarrsi alla schiavitù: tutti questi diversi gruppi etnici hanno fatto ricorso con modalità
diverse alla pratica del suicidio. Di volta in volta gli osservatori più lucidi e sensibili si sono
sforzati di comprendere le ragioni di chi preferisce dare la morte a sé e ai propri cari, cercando talvolta di coinvolgere nella rovina anche i responsabili del gesto disperato. Di ciò si rivela incapace l’ideologia oggi dominante in Occidente…
Quando si parla del mondo arabo e islamico si ricorre, come per una deduzione logica, alla
categoria del “Fondamentalismo”. E’ a questo motivo, e alle sue diverse connotazioni, che lei
dedica il secondo capitolo del libro. Il fenomeno del “Fondamentalismo” è circoscrivibile al solo
orizzonte contemporaneo? E inoltre: è esclusivo appannaggio della cultura islamica?Il fenomeno del fondamentalismo, non è limitato né alla modernità né al mondo islamico. Già
l’eminente storico inglese Arnold Toynbee, che ci ha lasciato un grandioso affresco delle
diverse civiltà emerse nel corso della storia universale, richiama l’attenzione sulla fanatica
resistenza all’insegna dello «zelotismo» ovvero del «mahdismo» opposta dai settori più
ortodossi e più radicali del mondo ebraico all’espansione politica e culturale dell’ellenismo.
Questi fondamentalisti ante litteram condannano la nudità e l’immoralità delle palestre e degli
stadi greci, soprattutto guardano con orrore al pericolo della contaminazione della culturale:
«Maledetto sia l’uomo che alleva un maiale e maledetti siano coloro che istruiscono i figli nella
sapienza greca». Siamo ben al di qua dell’avvento di Maometto, siamo nel secondo secolo
avanti Cristo!
Possiamo fare una considerazione di carattere più generale. Nei paesi chiamati a fronteggiare
l’invasione di un nemico più forte e più progredito, il fondamentalismo è l’atteggiamento di
quei gruppi che, assieme all’invasione, intendono respingere in blocco la stessa cultura degli
invasori. E’ un atteggiamento che spesso emerge come reazione a precedenti esperienze di
fiducia ingenua e mal riposta. Illuminante è l’esempio della Cina. A metà dell’Ottocento esplode la rivolta dei Taiping, filo-occidentale e ostile in modo implacabile nei confronti della dinastia regnante: duramente critica nei confronti del confucianesimo, essa si ispira al cristianesimo, dal quale desume in ultima analisi il monoteismo e il motivo messianico del «Regno celeste della grande pace». Ben lungi dall’essere xenofobo, è un movimento caratterizzato da intolleranza per la cultura tradizionale. Sennonché, contrariamente alle attese e alle speranze dei suoi dirigenti, la Gran Bretagna interviene a sostegno non già dei modernizzatori bensì della decrepita dinastia al potere. Ed ecco, nel 1900, svilupparsi in Cina un movimento del tutto diverso: assieme agli invasori, i Boxer prendono di mira anche le idee e le stesse invenzioni tecniche dell’Occidente, mentre difendono fanaticamente la tradizione religiosa e politica autoctona. Alla loro furia non si sottraggono né il telegrafo né le ferrovie né il cristianesimo: siamo in presenza, in ultima analisi, di una rivolta di tipo fondamentalista.
Qualcosa di analogo possiamo osservare a proposito dell’Iran dei giorni nostri: la vittoria della
rivoluzione fondamentalista ha luogo nel 1979, a circa 25 anni di distanza dal colpo di Stato
con cui Usa e Gran Bretagna rovesciano Mossadeq, il quale dirigeva un governo democratico e
laico e quindi aperto alle influenze della cultura occidentale, ma colpevole agli occhi di
Washington e Londra di aver nazionalizzato il petrolio e di voler respingere la tutela delle
grandi potenze imperiali.
Nel respingere in blocco la cultura e la religione degli invasori, il fondamentalismo tende a
costruire una sorta di religione nazionale. Ma questa tendenza si manifesta nello stesso
invasore, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, che nel corso di tutta la loro storia si
atteggiano a «popolo eletto» da Dio e da Lui investito della missione di guidare il mondo.
Questa è più che mai la visione di Bush jr.. il quale va ancora oltre: «Dio non è neutrale
davanti al bene e al male. Dio è con l’America». Diamo ora la parola ai predicatori che si
muovono nella cerchia del presidente statunitense: «Dio è a favore della guerra», e ad essa
anzi prende parte direttamente: «Dio combatte contro coloro che a Lui si oppongono e che
lottano contro di Lui e i Suoi seguaci». Se molteplici sono le forme che può assumere il
fenomeno del fondamentalismo, solo nel caso americano esso finisce col consacrare
teologicamente un paese e un popolo ben determinato, garantendogli l’assistenza divina nella
sua pretesa di edificare un Impero planetario.
Un’altra espressione centrale e ricorrente è quella di “Antiamericanismo”, identificato come un
morbo che infuria sia da destra sia da sinistra. E’ storicamente fondata e documentabile una
tale interpretazione?La storia degli Stati Uniti presenta caratteristiche peculiari. Siamo in presenza di un paese che, privo del peso della società cetuale dell’Antico regime, è il primo ad incamminarsi sulla via della democrazia rappresentativa (nell’ambito della comunità bianca). C’è però l’altra faccia della medaglia: per trentadue dei primi trentasei anni di vita degli Stati Uniti ad occupare il posto di Presidente sono proprietari di schiavi. Ciò vale per Washington, che dirige
l’insurrezione contro l’Inghilterra, per Jefferson, l’autore della Dichiarazione d’Indipendenza,
per Madison, l’autore della Costituzione del 1787. La schiavitù non è un residuo: a metà
dell’Ottocento gli Usa la reintroducono nel Texas strappato al Messico; più in generale, a lungo essi sono i campioni di un istituto che è scomparso in larga parte del continente americano. A ciò occorre aggiungere le pratiche di espropriazione, deportazione, decimazione e annientamento messe in atto a danno dei pellerossa. Per spiegare questo intreccio di
caratteristiche a prima vista così contraddittorie, autorevoli studiosi statunitensi hanno parlato
della storia del loro paese come della storia di una Herrenvolk democracy, ovvero di una
«democrazia per il popolo dei signori»: la democrazia nell’ambito della comunità bianca va di
pari passo con l’oppressione (sino alla schiavitù e al genocidio) imposta ai popoli coloniali.
Possiamo allora capire il diverso atteggiamento della sinistra e della destra. A partire da Marx
per giungere ai bolscevichi e a Gramsci, la sinistra apprezza il peso ridotto delle differenze o
delle barriere di ceto, che continuano a lungo a farsi sentire in Europa. Ereditando e
radicalizzando la tradizione della destra più reazionaria, Hitler scioglie invece un inno
all’«americanismo», inteso quale sinonimo di gerarchia razziale, di supremazia bianca, di
espansione inarrestabile a danno delle razze inferiori. Come si vede, quel che è amato dagli uni è odiato dagli altri, e viceversa. Chiaramente mitologica si rivela la tesi della convergenza tra antiamericanismo di destra e di sinistra.
Nel V capitolo del suo libro Lei affronta il termine “Antisionismo”. Secondo una certa lettura
avanzata nell’ambito dell’ideologia dell’Impero, l’antisionismo sarebbe una forma di
antisemitismo. Qual è la sua opinione a riguardo?A questo luogo comune si potrebbe rispondere ricordando l’osservazione che negli anni ’20 fa
Lucien Wolf, incaricato della comunità ebraica inglese per le relazioni internazionali: «Gli
antisemiti sono sempre sionisti ardenti e simpatetici». Ciò non vale solo per la Gran Bretagna.
Già a partire dalla fine dell’Ottocento, ad augurarsi la realizzazione della «profezia di Herzl» e a prendere posizione a favore del sionismo («La Palestina agli ebrei! Gli ebrei in Palestina!»)
sono in Francia (in quel momento alla testa della campagna anti-ebraica) i più ferventi
antisemiti, sono i discepoli e i seguaci di Édouard Drumont, il quale ultimo incontra
personalmente Herzl e scrive una recensione assai favorevole del suo libro: Lo Stato ebraico ha chiarito una volta per sempre come si può risolvere il problema degli ebrei; basta «rinviarli
tutti in Palestina». Secondo Hannah Arendt, a condividere tale entusiasmo è persino uno degli
esponenti più famigerati del Terzo Reich: «Dopo la lettura di questo famoso classico sionista,
Eichmann aderì prontamente e per sempre alle idee sioniste». Agli occhi degli antisemiti e degli stessi nazisti, il sionismo sarebbe qualcosa di positivo se riuscisse realmente a metter fine alla presenza dell’ebraismo in Europa e in Occidente e dunque a liquidare la società multirazziale e multiculturale che qui sciaguratamente imperversa.
A tale proposito le citazioni potrebbero moltiplicarsi. Ma, per convincersi della totale assurdità
della consueta identificazione di antisionismo e antisemitismo, basta porsi una domanda:
dileguerebbe l’indignazione dei palestinesi se, a condurre il processo di espropriazione e di
colonizzazione delle loro terre, piuttosto che ebrei sionisti, fossero cinesi o afroamericani? Chi
argomenta in tal modo dimostra di avere un’inquietante visione razziale del conflitto e di
essere incline a quel razzismo che dice di voler combattere.
Il VI capitolo del suo libro è dedicato al concetto di “Filo-islamismo”. Può ricordare quali motivi
si stringono intorno a questo nodo concettuale.Come dimostra ad esempio lo straordinario successo dei libri di Oriana Fallaci, è assai diffuso il motivo della minaccia mortale che il mondo arabo-islamico farebbe pesare sull’Occidente. Chi prende le distanze da questa Crociata è accusato di appeasement e di «filoislamismo». Nulla di nuovo sotto il sole! Già Spengler denuncia i «popoli islamici» quali campioni dell’agitazione e della rivolta anti-coloniale e anti-occidentale, quali protagonisti della «rivoluzione mondiale dei popoli di colore», della sciagurata sollevazione in corso contro i «bianchi popoli dei signori». E’ interessante notare che, tra il 1953 e il 1956, Churchill e Eisenhower hanno chiamato a combattere l’Egitto di Nasser in nome della difesa «dei bianchi» (of white people), dell’«uomo bianco» (the white man). Chiaramente, per i due statisti gli arabi continuavano a far parte delle popolazioni negroidi.
Ma, ai giorni nostri, arabi e islamici hanno preso il posto soprattutto degli ebrei. Essi sono
accusati di non volersi assimilare nei paesi occidentali che li ospitano, di costituire «uno Stato
nello Stato», di essere affetti da nevrosi e da nichilismo: sono i classici cavalli di battaglia
dell’antisemitismo. Persino la denuncia del «fanatismo» e della «teocrazia» non è affatto un
motivo nuovo: a suo tempo ha preso di mira gli ebrei, ostinatamente attaccati al loro testo
sacro e incapaci – si diceva – di adattarsi al mondo moderno. L’odierna campagna contro il
«filo-islamismo» ha preso il posto della campagna contro il «filo-semitismo» scatenata
nell’Otto e Novecento dai campioni dell’antisemitismo. Infine. Quando un autore quale
Huntington, guardando anche alla Cina, mette in guardia contro un possibile asse «islamicoconfuciano», siamo portati a pensare alle campagne naziste contro la cospirazione «ebraicobolscevica».
“Odio contro l’Occidente” è il titolo del VII, e ultimo capitolo del suo libro. Le riflessioni
contenute in questa sezione prendono le mosse da una domanda fondamentale: “Perché mai
l’Islam dovrebbe amare e rispettare l’Occidente più di quanto l’Occidente ami e rispetti
l’Islam?” Le categorie di Oriente ed Occidente sono, a suo parere, categorie proprie?No di certo! A lungo, all’Europa da essi abbandonata gli americani hanno guardato come al
luogo del peccato e della tirannia, come all’Oriente: è il continente americano a costituire
l’emisfero occidentale. Anzi, stando a Benjamin Franklin, che scrive alla metà del Settecento,
gli europei (almeno quelli collocati sul continente) non fanno propriamente parte neppure della razza bianca: sono «di colore vagamente scuro», mentre «il nucleo principale del popolo
bianco», del «popolo bianco in modo puro» è costituito dagli inglesi insediati sulle due rive
dell'Atlantico. Una visione simile ha conosciuto una duratura fortuna anche in Inghilterra: non
mancava chi, scherzando ma non troppo, amava dire che «i negri cominciano a Calais»,
appena attraversata la Manica; con linguaggio ovviamente più misurato, lo stesso John Stuart
Mill non nasconde il suo disprezzo nei confronti delle «nazioni continentali».
A conferma della labilità dei confini dell’Occidente si può fare questa ulteriore riflessione: lo si
celebra come il luogo sacro o esclusivo della civiltà, implicitamente relegando il Terzo Reich
nell’Oriente. Ma, a chi l’avesse dimenticato Hannah Arendt fa notare che il «genocidio senza
precedenti», mirante a cancellare gli ebrei dalla faccia della terra, ha avuto luogo «nel centro
della civiltà occidentale». Disgraziatamente, però è la stessa Arendt ad affermare che il Belgio
di Leopoldo II, colpevole di aver drasticamente decimato la popolazione del Congo avrebbe
agito in contrasto con «tutti i princìpi politici e morali dell’Occidente». In realtà, i congolesi non hanno subìto una sorte peggiore degli aborigeni del Nord America, dell’Australia, della Nuova Zelanda ecc. D’altro canto: cosa avrebbe detto la Arendt di un bilancio storico in base al quale lo sterminio degli ebrei avrebbe avuto luogo nel Terzo Reich in contrasto con «tutti i principi politici e morali della Germania»? E’ la riprova che l’Occidente, e tanto più l’Occidente
«autentico», è il risultato di una costruzione mutevole e spesso arbitraria.
Lei, che si è già a lungo occupato delle ideologie di guerra, quali novità riconosce all’odierno
lessico dell’Impero?La novità più importante è che oggi vediamo Washington ereditare ed unificare le diverse
ideologie che storicamente in Occidente hanno legittimato e alimentato le pretese al dominio e all’egemonia. Alla fine dell’Ottocento, dopo aver celebrato i prodigiosi successi conseguiti dalla Germania sul piano economico, politico e culturale, un fervente e influente sciovinista, e cioè Heinrich von Treitschke, prevedeva e auspicava che il Novecento diventasse un «secolo
tedesco». Ai giorni nostri, privo ormai di qualsiasi credito in patria, questo mito ha preferito
trasmigrare negli Stati Uniti, dove ha trovato accoglienza calorosa e entusiastica: è noto che il
«nuovo secolo americano» è la parola d’ordine agitata dai circoli neo-conservatori, che un
ruolo così importante svolgono nell’ambito dell’amministrazione Bush e, più in generale, della
cultura politica statunitense.
Nel corso della prima guerra mondiale, paesi come la Francia, l’Inghilterra, l’Italia e gli Stati
Uniti sono andati incontro al massacro agitando la bandiera dell’«interventismo democratico»:
la guerra era necessaria per far avanzare sul piano mondiale la causa della democrazia, per
liquidare negli Imperi centrali l’autocrazia e l’autoritarismo e sradicare così una volta per
sempre il flagello della guerra. Questo motivo ideologico ha ora assunto un’enfasi senza
precedenti ed diventato un monopolio degli Stati Uniti: essi si attribuiscono la missione eterna
e divina di imporre dappertutto, anche con la forza delle armi, «democrazia» e «libero
mercato».
Il mito dell’Impero apportatore di ordine, di stabilità e di pace accompagna come un’ombra la
storia del colonialismo e dell’imperialismo. All’apice della sua potenza, la Gran Bretagna della
regina Vittoria non disdegnava di paragonarsi all’Impero romano. Ovviamente, questo è un
motivo caro in modo particolare a Mussolini che, dopo aver in modo barbaro messo a ferro e
fuoco l’Etiopia, nel discorso del 9 maggio 1936, saluta la «riapparizione dell’Impero sui colli
fatali di Roma» e celebra il rinato impero romano come «impero di pace» e «impero di civiltà e umanità». E’ un motivo ben presente anche in Hitler, anche se questi, con lo sguardo rivolto
alla conquista dell’Europa orientale, preferisce far riferimento in primo luogo a Carlo Magno e
al Sacro Romano Impero della Nazione germanica. Caduta in disgrazia in Europa, tale
mitologia è più che mai di casa al di là dell’Atlantico, dove non mancano neppure le
riabilitazioni esplicite dell’imperialismo in quanto tale. In ogni caso, nei circoli dominanti il culto dell’impero è così forte da comportare anche la denigrazione della categoria di «equilibrio», inaccettabile già per il fatto di implicare in qualche modo l’idea di uguaglianza o di reciproco rispetto, sia pure soltanto tra le grandi potenze. A porre fine una volta per sempre a questo vecchiume è chiamato una sorta di rinato impero romano di dimensioni planetarie e, naturalmente, garante della pace, della civiltà e dell’umanità.
Infine. La storia della tradizione coloniale è tutta attraversata dall’appello enfatico alla difesa
dell’Europa e dell’Occidente e all’espansione dell’area della civiltà di contro alla minaccia ovvero all’ostinazione dei barbari. Nell’ereditare e radicalizzare la tradizione coloniale, il fascismo e il nazismo non potevano non riprendere questo motivo ideologico, che risuona in particolare nelle dichiarazioni dei dirigenti e degli ideologi del Terzo Reich, immediatamente confinante con la barbarie orientale e asiatica da sconfiggere e assoggettare. Ad ergersi a campioni dell’Occidente, e soprattutto dell’Occidente più autentico, quello più puro e più incontaminato dalle incrostazioni e dai cedimenti filoislamici, sono oggi gli Stati Uniti d’America.
sabato 15 settembre 2007
TORNIAMO AL CINEMA !
Le serate invernali davanti al televisore non sono certo una bella prospettiva, visti i programmi che ci vengono propinati. Ma ecco finalmente venirci in soccorso il cinema: proprio qui a Cagli, senza dover muovere la macchina dal parcheggio tanto faticosamente conquistato. O un viaggetto breve breve fino a Cantiano per il fine settimana. Si può fare, no? Speriamo solo che i film che verranno proposti siano di nostro gradimento e che il prezzo dei biglietti sia abbordabile. Vuoi mettere una serata al cinema, magari con gli amici, al posto di una dormita in poltrona davanti alla TV?
Certo non sono più i tempi di quando la programmazione proponeva un film diverso ogni sera della settimana e con pochi spiccioli si poteva entrare in sala. Ma allora si vedeva di tutto, dal western da quattro soldi al colossal capolavoro superpremiato, dal giallo avvincente al documentario della serie “il mondo…di notte” con qualche cosciotta in bella vista o qualche “strep tease interruptus”. Il tutto naturalmente in …ennesima visione.
Oggi invece i film vengono proposti solo in prima visione, rimangono in giro pochi giorni e poi spariscono per ricomparire prima in DVD, poi in TV ed i migliori infine nei cinema d’essai. Ma quella è un’altra storia.
RISORGE IL CINEMA NUOVO EXCELSIOR DOPO CINQUE ANNI DI INATTIVITA’Era stato inaugurato nel 1960
Fonte: il Resto del Carlino
CAGLI , 14 settembre 2007
COMPLETAMENTE rinnovato negli arredi e con tecnologie all’avanguardia, riapre dopo una pausa di oltre cinque anni, il Nuovo Excelsior. Ovvero l’unico cinema di Cagli che fu inaugurato nel 1960 con il film «La Grande Guerra», dopo che il vecchio Excelsior, situato lungo il corso era diventato troppo piccolo per i numerosi spettatori del tempo. Per oltre quarant’anni, molte generazioni di cagliesi hanno potuto concedersi ogni sera il piacere di godersi un bel film nello spazioso ed accogliente Nuovo Excelsior. QUANDO fu inaugurato, era considerato un cinema all’avanguardia ed ogni sera gli appassionati di film arrivavano anche dai paesi vicini, Acqualagna, Cantiano, Piobbico, Frontone, etc. Poi una lunga pausa causata dalla crisi del cinema, che non ha risparmiato anche il cinema cagliese ed ai vecchi gestori non rimase che abbassare le serrande. Ora, un giovane di Piobbico, Alfredo Scipioni, ha riaperto l’Excelsior con 300 comode poltroncine tutte rinnovate, un maxischermo di ben 15 metri, un impianto dolby digital Dts ed una macchina da proiezione di ultima generazione. Anche gli impianti tecnologici, luce, antincendio, servizi sono stati tutti rinnovati ed adeguati alle attuali disposizioni di sicurezza. GIOVEDÌ pomeriggio, c’è stato l’ultimo sopralluogo delle autorità competenti e domani (sabato 15) alle ore 21 (dalle 20,30 sarà offerto a tutti un piccolo rinfresco) il Nuovo Excelsior riaprirà al pubblico con il film «Shrek 3°».
Poi ancora ogni sabato, domenica, lunedì, martedì e giovedì, i cagliesi potranno di nuovo tornare nel loro cinema per poter vedere come un tempo i loro attori e film preferiti.
Mario Carnali
E A CANTIANO IL CINEMA NUOVO FIORE RIAPRE DAL 29 SETTEMBRE
Fonte: Tutto Flaminia Marche del 11 settembre 2007
Dopo la pausa estiva, sabato 29 settembre 2007, riparte l’attività del cinema Nuovo Fiore di Cantiano.
Siamo al 10° anno di ininterrotta attività, portata avanti da un gruppo di volontari, collaboratori della parrocchia San Giovanni Battista, tra cui spicca l’instancabile operatore Sandro Paruccini.
Si sta già lavorando per riavviare i rapporti con le società di distribuzione, e come in passato, anche a Cantiano riavremo la possibilità di vedere la miglior produzione cinematografica, di cassetta e d’essai.
Invitiamo quindi, tutti i cantianesi, e i tanti affezionati dei paesi vicini, a riprendere la sana abitudine di frequentare la nostra bella e comoda sala, tutti i sabati e domeniche dalle ore 21,00.
Potrete seguire la programmazione dei films nella rubrica “tempo libero” sul sito www.comune.cantiano.pu.it
http://www.comune.cantiano.pu.it/cinema_out.asp
Certo non sono più i tempi di quando la programmazione proponeva un film diverso ogni sera della settimana e con pochi spiccioli si poteva entrare in sala. Ma allora si vedeva di tutto, dal western da quattro soldi al colossal capolavoro superpremiato, dal giallo avvincente al documentario della serie “il mondo…di notte” con qualche cosciotta in bella vista o qualche “strep tease interruptus”. Il tutto naturalmente in …ennesima visione.
Oggi invece i film vengono proposti solo in prima visione, rimangono in giro pochi giorni e poi spariscono per ricomparire prima in DVD, poi in TV ed i migliori infine nei cinema d’essai. Ma quella è un’altra storia.
RISORGE IL CINEMA NUOVO EXCELSIOR DOPO CINQUE ANNI DI INATTIVITA’Era stato inaugurato nel 1960
Fonte: il Resto del Carlino
CAGLI , 14 settembre 2007
COMPLETAMENTE rinnovato negli arredi e con tecnologie all’avanguardia, riapre dopo una pausa di oltre cinque anni, il Nuovo Excelsior. Ovvero l’unico cinema di Cagli che fu inaugurato nel 1960 con il film «La Grande Guerra», dopo che il vecchio Excelsior, situato lungo il corso era diventato troppo piccolo per i numerosi spettatori del tempo. Per oltre quarant’anni, molte generazioni di cagliesi hanno potuto concedersi ogni sera il piacere di godersi un bel film nello spazioso ed accogliente Nuovo Excelsior. QUANDO fu inaugurato, era considerato un cinema all’avanguardia ed ogni sera gli appassionati di film arrivavano anche dai paesi vicini, Acqualagna, Cantiano, Piobbico, Frontone, etc. Poi una lunga pausa causata dalla crisi del cinema, che non ha risparmiato anche il cinema cagliese ed ai vecchi gestori non rimase che abbassare le serrande. Ora, un giovane di Piobbico, Alfredo Scipioni, ha riaperto l’Excelsior con 300 comode poltroncine tutte rinnovate, un maxischermo di ben 15 metri, un impianto dolby digital Dts ed una macchina da proiezione di ultima generazione. Anche gli impianti tecnologici, luce, antincendio, servizi sono stati tutti rinnovati ed adeguati alle attuali disposizioni di sicurezza. GIOVEDÌ pomeriggio, c’è stato l’ultimo sopralluogo delle autorità competenti e domani (sabato 15) alle ore 21 (dalle 20,30 sarà offerto a tutti un piccolo rinfresco) il Nuovo Excelsior riaprirà al pubblico con il film «Shrek 3°».
Poi ancora ogni sabato, domenica, lunedì, martedì e giovedì, i cagliesi potranno di nuovo tornare nel loro cinema per poter vedere come un tempo i loro attori e film preferiti.
Mario Carnali
E A CANTIANO IL CINEMA NUOVO FIORE RIAPRE DAL 29 SETTEMBRE
Fonte: Tutto Flaminia Marche del 11 settembre 2007
Dopo la pausa estiva, sabato 29 settembre 2007, riparte l’attività del cinema Nuovo Fiore di Cantiano.
Siamo al 10° anno di ininterrotta attività, portata avanti da un gruppo di volontari, collaboratori della parrocchia San Giovanni Battista, tra cui spicca l’instancabile operatore Sandro Paruccini.
Si sta già lavorando per riavviare i rapporti con le società di distribuzione, e come in passato, anche a Cantiano riavremo la possibilità di vedere la miglior produzione cinematografica, di cassetta e d’essai.
Invitiamo quindi, tutti i cantianesi, e i tanti affezionati dei paesi vicini, a riprendere la sana abitudine di frequentare la nostra bella e comoda sala, tutti i sabati e domeniche dalle ore 21,00.
Potrete seguire la programmazione dei films nella rubrica “tempo libero” sul sito www.comune.cantiano.pu.it
http://www.comune.cantiano.pu.it/cinema_out.asp
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